Federico va al meetup

Federico va al meetup

In effetti li visitarono tutti, o quasi: rossi e azzurri, furiosi e tranquilli, puritani e scollacciati, mistici e avvinazzati, quelli dove si decretava la morte dei re e quelli dove si denunciavano le malefatte dei droghieri. Dappertutto, gli inquilini maledicevano i proprietari, le bluse maledicevano le redingotes , i ricchi cospiravano contro i poveri. Parecchi avrebbero voluto delle pensioni come ex perseguitati dalla polizia, altri imploravano denaro per realizzare qualche invenzione; oppure si mettevano in discussione progetti dì falansteri o di bazar cantonali, sistemi per la felicità pubblica. Qua e là, nella foschia di tante sciocchezze, la schiarita improvvisa d'un po' di spirito; apostrofi repentine come schizzi di fango; sottigliezze giuridiche incapsulate in una bestemmia; fiori d'eloquenza in bocca a un manovale senza camicia, con la tracolla della sciabola allacciata sul petto nudo...

Non mancava, a volte, qualche aristocratico dalle maniere dimesse, che pronunciava frasi da plebeo e aveva avuto cura di n on lavarsi le mani per farle sembrare callose. Ma un patriota lo smascherava, i più puri gli si facevano intorno minacciosi; e quello si allontanava con la rabbia nel cuore.Per far mostra di buonsenso era d'obbligo denigrare gli avvocati e fare il più largo uso possibile di locuzioni come: «portare la propria pietra all'edificio comune», «problema sociale», «officina».

Nonostante la debolezza degli oratori, Federico non osava buttarsi. Tutta quella gente gli sembrava o troppo ignorante o troppo mal disposta.

Ma Dussardier, messosi personalmente alla ricerca, gli annunciò che in rue Saint-Jacques esisteva un circolo chiamato Club dell'intelligenza. Un nome simile dava da sperare; e poi, ci avrebbe portato i suoi amici: il contabile, il rappresentante di vini, l'architetto; c'era persino Pellerin, forse sarebbe venuto anche Hussonnet; e davanti alla porta, sul marciapiede, stazionava Regimbart in compagnia di due individui, il primo dei quali era il fedelissimo Compain, un tipo piuttosto tozzo, segnato dal vaiolo e con gli occhi arrossati, il secondo una specie di scimmione dall'eccezionale capigliatura, noto allo stesso Pellerin semplicemente come «un patriota di Barcellona». 

Arrivarono, attraverso una specie di viale, a un grande locale destinato senza dubbio a laboratorio dì falegnameria e ancora odoroso di calce. Quattro lampade appese simmetricamente diffondevano una luce sgradevole. In fondo, su una pedana, c'era uno scranno con un campanello; subito sotto, un tavolo che figurava la tribuna, e ai due lati altri due tavoli un po' più bassi per i segretari. Il pubblico che affollava le panche era composto di anziani aspiranti pittori, maestrucoli, letterati rigorosamente inediti. Nelle file di pastrani dai colletti unti faceva spicco, qua e là, un copricapo femminile o la blusa d'un operaio. Anzi, il fondo della sala era pieno d'operai, venuti lì di certo perché non avevan di meglio da fare, o cacciati dentro dagli oratori per procurarsi degli applausi.

Federico ebbe cura di mettersi fra Dussardier e Regimbart il quale, non appena si fu seduto, incrociò le due mani sul bastone, appoggiò il mento sulle mani incrociate e abbassò le palpebre, mentre Delmar, ritto in piedi all'altra estremità della sala, dominava l'assemblea. Allo scranno del presidente fece la sua comparsa Sénécal. La sorpresa, a giudizio del buon commesso, doveva rallegrare Federico, che ne fu, invece, notevolmente contrariato.

La deferenza che la folla testimoniava al presidente era grande. Sénécal era stato fra quelli che avevano voluto, il 25 febbraio, l'immediata organizzazione del lavoro; il giorno dopo, al Prado, si era pronunciato a favore dell'assalto al Municipio; e dato che ciascun personaggio si rifaceva, allora, a qualche modello, chi imitando Saint-Just, chi Danton, chi Marat, lui aveva scelto d'assomigliare a Blanqui, il quale a sua volta s'era ispirato a Robespierre. Guanti neri e capelli a spazzola gli davano un aspetto rigido, estremamente appropriato.

La seduta fu aperta con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino , atto di fede abituale. Poi una voce vigorosa intonò I ricordi del Popolo, di Béranger. Altre voci si levarono: «No, non questa!» « Il berretto a visiera!» si misero a urlare i patrioti dal fondo della sala.

E insieme, in coro, cantarono la poesia del giorno :
Giù il cappello davanti al mio berretto,  giù in ginocchio davanti all'operaio!

Poi, a una parola del presidente, l'uditorio si fe ce silenzioso. Uno dei segretari procedette allo spoglio delle lettere. «Alcuni giovani ci scrivono che ogni sera, davanti al Panthéon, danno fuoco a un numero dell'Assemblea nazionale, e invitano tutti i patrioti a seguire il loro esempio.» «Benissimo! approvato!» rispose la folla. «Il cittadino Giangiacomo Langreneux, tipografo in rue Dauphine, propone che s'innalzi un monumento in memoria dei martiri di Termidoro.» «Michele Evaristo Nepomuceno Vincent, professore in pensione, fa voti perché la Democrazia europea adotti un unico linguaggio. Ci si potrebbe servire di una lingua morta, per esempio del latino, previo qualche perfezionamento.» «No, niente latino!» gridò l'architetto. «E perché no?» replicò un insegnante. E i due ingaggiarono una discussione nella quale altri intervennero, ciascuno dicendo la sua per far colpo; una discussione fatta si presto talmente fastidiosa, che molti cominciavano a andarsene.

Ma a questo punto un vecchiettino dalla fronte prodigiosamente alta, alla base della quale portava certi occhiali verdi, chiese la parol a per una comunicazione urgente. Si trattava d'una memoria sulla ripartizione dei tributi. Le cifre sgocciolavano interminabilmente, non si vedeva la fine! L'impazienza cominciò a manifestarsi in mormorii, in conversazioni; niente sembrava turbarlo. Poi si misero a fischiare, a sca ndire la parola «Azor»; Sénécal riprese severamente il pubblico; l'oratore continuava come una macchina. Per fermarlo fu necessario afferrarlo per il gomito. Parve che il brav'uomo si risvegliasse da un sogno; si tolse tranquillamente gli occhiali e: «D'accordo, cittadini, d'accordo. Mi ritiro. Vogliate scusarmi!»

L'insuccesso di quella lettura sconcertò Federico. Aveva in tasca il suo discorso; ma forse sarebbe stato meglio improvvisare.  Il presidente annunciò infine che si sarebbe passa ti all'argomento più importante: la questione elettorale. Le grandi liste repubblicane non erano in discussione. Il Club dell'intelligenza, tuttavia, si riservava, come tutti gli altri circoli, il diritto di proporne una, con, buona pace dei sultani del Municipio; e i cittadini che aspiravano al mandato popolare potevano esporre i loro titoli. «Coraggio dunque!» disse Dussardier.

Un uomo in tonaca, con i capelli crespi e una fisionomia petulante, aveva già alzato la mano. Dichiarò farfugliando, d'essere Ducretot, prete e agronomo, autore d'un libro intitolato Dei concimi. Fu rinviato a un circolo ortofrutticolo. Poi raggiunse la tribuna un patriota in camiciotto. Era un plebeo dalle spalle larghe, la grossa faccia estremamente dolce e lunghi capelli neri. Fece scorrere sull'assemblea uno sguardo quasi voluttuoso, rovesciò indietro la testa e infine, allargando le braccia: «Fratelli, voi avete respinto Ducretot, e avete fatto bene: ma non è stato per mancanza di religione, giacché noi siamo tutti religiosi.» Più d'uno l'ascoltava a bocca aperta con atteggiamenti estatici, da catecumeno. «E non è stato neanche perché si tratta d'un prete , giacché anche noi siamo dei preti. Ogni operaio è un prete, come lo era il fondatore d el socialismo, il nostro comune Maestro: Gesù Cristo!» Era giunta l'ora d'inaugurare il regno di Dio; dal Vangelo si arrivava dritti dritti al 1789. Dopo l'abolizione della schiavitù, l'abolizio ne del proletariato! C'era stata l'era dell'odio; cominciava, adesso, l'era dell'amore. «Il cristianesimo è la chiave di volta, il fondamento del nuovo edificio...» «Di' un po', ci stai prendendo in giro?» gridò il viaggiatore in alcolici. «Chi ci ha messo fra i piedi un baciapile di questa forza?» L'interruzione provocò un grosso scandalo. Quasi tutti salirono in piedi sulle panche e tendendo il pugno vociavano: «Ateo! aristocratico! canaglia!», mentre il campanello del presidente suonava ininterrottamente e i richiami all'ordine si moltiplicavano. Ma quello, intrepido, e tenuto su f ra l'altro da «qualche caffè» inghiottito prima di venire, si dibatteva in mezzo a tutti. «Un aristocratico io? ma non fatemi ridere!».

Ottenuto, finalmente, di potersi spiegare, dichiarò che coi preti non si sarebbe mai stati tranquilli e che, a proposito di economie, un a delle più grosse sarebbe stata di sopprimere le chiese, i santissimi cibori e, in una parola, ogni forma di culto. Questo, obiettò qualcuno, voleva dire andare tropp o in là. «Vado in là, d'accordo: ma quando la nave è sorpresa dalla tempesta...» Senza lasciargli finire il paragone, un altro replicò: «Benissimo: ma demolire così tutto in una volta, c ome fanno i muratori privi di discernimento...» «Qui si insultano i muratori!» urlò un cittadino tutto bianco di calce. E intestarditosi che l'avevano offeso si mise a vomitare ingiurie, voleva battersi, resisteva aggrappato alla sua panca. Ci vollero non meno di tre uomini per metterlo fuori. L'operaio, nel frattempo, era sempre alla tribuna. I due segretari gli fecero presente che doveva scendere; e lui a protestare contro il sopruso. «Non potrete mai impedirmi di gridare: eterno amore alla nostra patria diletta! eterno amore alla Repubblica!»

Intanto sulla tribuna era salito Pellerin. Il pittore assunse con la folla un tono piuttosto altezzoso. «Mi piacerebbe proprio sapere dov'è andato a cacciarsi, fra tanti bei discorsi, il candidato dell'Arte. Io, mettiamo, ho fatto un quadro...» «Non sappiamo cosa farcene dei quadri!» interloquì brutalmente un tipo magro, con delle macchie rosse sugli zigomi. Pellerin protestò per l'interruzione. Ma l'altro, in tono tragico: «Non vi sembra che il Governo avrebbe già dovuto f are un decreto per abolire la prostituzione e la miseria?» La frase gli guadagnò in un batter d'occhio il favore del popolo; forte del quale, si mise a tuonare contro la corruzione delle grandi città. «Infamia e disonore! Bisognerebbe prendere al volo tutti i borghesi che escono dalla Maison d'Or, e sputargli in faccia. Sarebbe chieder troppo che il Governo non favorisse il malcostume? Ma se persino gli impiegati del dazio si comportano in un modo indecente con le nostre figlie, con le nostre sorelle...» Una voce commentò da lontano: «È un vero spasso.» «Via! alla porta!» «Ci cavan fuori contributi per pagare il libertinaggio! Per esempio, le paghe elevate degli attori...» «A me!» gridò Delmar.

Con un salto fu sulla tribuna, fece il vuoto intorno, si mise in posa; e dopo aver dichiarato che non raccoglieva nemmeno accuse così basse, si dilungò sulla missione di civiltà degli attori. Dal momento che il teatro era la sede prima dell'istruzione nazionale, lui era per la riforma del teatro; prima di tutto, basta con le direzioni, farla finita con i privilegi. «Con i privilegi, dico, di qualsiasi natura!» La mimica dell'attore riscaldava la folla; mozioni sovversive s'incrocìavano. «Basta con le accademie! morte all'Istituto!» «Basta con gli incarichi speciali!» «Abbasso le lauree!» «Aboliamo la carriera universitaria!» «Conserviamoli, invece,» disse Sénécal; «ma faccia mo in modo che siano controllati, attraverso il suffragio universale, dal Popolo, unico vero giudice.» La cosa più utile, d'altronde, non era questa. Prima di tutto bisognava far abbassare la testa ai ricchi. E Sénécal li descrisse che s'ingozzavano di delitti sotto i loro soffitti dorati mentre i poveri, torcendosi di fame nei loro tuguri , coltivavano ogni sorta di virtù. Gli applausi si fecero così forti che dovette interrompersi; e rimase per qualche minuto con la testa alzata e gli occhi socchiusi, come se si lasciasse cullare dalla collera che aveva scatenata. Quando riprese a parlare fu in maniera dogmatica, con frasi imperative come articoli di legge. Lo stato doveva impadronirsi del le banche e delle assicurazioni. Le eredità sarebbero state abolite. Si sarebbe istituito un fondo d'assistenza mutua per i lavoratori. E ben altre riforme si sarebbero attuate nel futuro. Per il momento, tuttavia, queste potevano bastare; e quanto alle elezioni: «Abbiamo bisogno di cittadini puri, di uomini comp letamente nuovi. Non c'è nessuno che si faccia avanti?» Federico s'alzò. Si produsse, grazie ai suoi amici, un mormorio d'approvazione. Ma Sénécal si mise a interrogarlo: nome e cognome, precedenti, vita e costumi.

Federico rispondeva sommariamente, mordendosi le labbra. Sénécal domandò se qualcuno vedeva impedimenti a quella candidatura. «No, no!» Ma lui sì che ne vedeva. Tutti si protesero in avanti per sentire meglio. Il cittadino in questione non aveva versato una certa somma promessa a favore di un'iniziativa democratica, un giornale. Per di più il 22 febbraio , pur essendo stato regolarmente avvertito, aveva disertato il raduno del Panthéon.

«E io vi giuro che si trovava alle Tuileries!» esc lamò. Dussardier. «Potrebbe giurare anche d'averlo visto al Panthéon ?» Dussardier chinò il capo; Federico taceva; i suoi amici lo fissavano tra inquieti e scandalizzati. «C'è almeno,» continuò Sénécal, «un patriota che possa farsi garante dei suoi principi?» «Io,» disse Dussardier. «Non è sufficiente: un altro.» Federico si volse verso Pellerin. Il pittore gli rispose con una quantità di gesti che, in sostanza, significavano: «Mio caro, sono stato rifiutato. Cosa diavolo vuole che possa farci?» Federico, allora, diede di gomito a Regimbart.

«Già, ha ragione: è il momento di muoversi.» E Regimbart, scalata la pedana, attirò con un gesto l'attenzione sullo Spagnolo che l'aveva seguito: «Cittadini, permettetemi di presentarvi un patriota di Barcellona.» Il patriota salutò profondamente, roteò come un automa i suoi occhi d'argento e, mettendosi una mano sul cuore: «Ciudadanos! mucho aprecio el honor que me dispensáis, y si grande es vuestra bondad mayor es vuestra atención.» «Chiedo la parola,» disse Federico. «Desde que se proclamó la constitución de Cádiz, e se pacto fundamental de las libertades españolas, hasta la última revolución, nuestra patria cuenta numerosos y heroicos martires.» Federico tentò ancora una volta di farsi sentire: «Ma cittadini...» Lo spagnolo continuava: «El martes próximo tendrá lugar en la iglesia de la Magdelena un servicio fúnebre.» «Ma insomma, è una cosa assurda: nessuno capisce una parola.» Questa osservazione irritò terribilmente la folla. «Fuori, fuori! alla porta!» «Chi, io?» domandò Federico. «Proprio lei,» disse maestosamente Sénécal. «Se ne vada!» Mentre si alzava per uscire, la voce dell'iberico lo perseguitava: «Y todos los Españoles desearían ver allí reunidas les deputaciones de los clubs y de la milicia nacionaI. Una oración fúnebre en honor d e la libertad española y del mundo entero, será prononciada por un miembro del clero d e Paris en la sala BonneNouvelle. Honor al pueblo francés, que llamaría yo el primero pueblo del mundo, sino fuese ciudadano de otra nación!»

«'Ristocratico,» gli squittì dietro un tipaccio, e gli mostrò il pugno mentre Federico, indignato, usciva di slancio nel cortile.

Gustave Flaubert – L’educazione sentimentale