un giorno con sgarbi

Siamo a Milano, nell’ingresso di un super albergo. Siamo in due: uno per fare foto e uno per scrivere. Detta così pare una barzelletta sui carabinieri. E che sia uno scherzo lo sospettiamo anche noi: siamo qui da un’ora, senza certezze, incaricati con preavviso e istruzioni minimali di seguire una giornata-tipo della maggiore rockstar italiana: Vittorio Sgarbi, una performance itinerante di 16 ore senza pause con assolo in Accademia, jam session in Asses-sorato, freestyling in tv, interludio a Piacenza, ritorno a Milano con andante maestoso, seguito da intermezzo romantico e gran finale con brio in un turbine di donne, soldi, privilegi. Non abbiamo un vero appuntamento. Anzi, dopo 75 minuti di attesa qualche dubbio ci viene... La receptionist ci dice: «Io un po’ lo conosco. Secondo me non avete molte possibilità». Stiamo per andarcene. Ma di colpo, appare. I famosi occhiali ci squadrano. «Voi due sareste quelli del giornale?». Facciamo per presentarci. Che idea scema: «Andiamo!», comanda imperioso. E parte. Lo seguiamo senza sapere cosa ci aspetta: un tour de force non da poco anche per due soggetti fisicamente in forma (rispetto alla media giornalistica) e ben più giovani del 55enne Assessore alla Cultura di Milano. Di fatto, lo strapotere fisico del pallido Casanova (che, c’è da scommettere, non ha mai fatto sport in vita sua) ha del sovrumano. Il suo passo è quello di una marcia trionfale fino a notte fonda, senza mai fermarsi, sbracciando, vociando, corteggiando, telefonando, comiziando, sclerando. Senza mangiare e bere o quasi. Stimolanti? La sua unica droga sia la sua grandeur. Il primo impegno in agenda è un sopralluogo alla Scala.

Alle 11.15 entriamo. Durante questa giornata tipo, Sgarbi mi aprirà le porte di altri posti dove normalmente non sarei ammesso e senza mai parlarmi o quasi: per tutto il tempo, per tacito accordo, gli faremo da ombra, con discrezione dovuta anche al timore di dargli sui nervi ed essere cacciati. Ridurremo l’interazione al minimo, nessuna domanda, nessuna osservazione; solo muta, sbigottita testimonianza. Che poi, parlargli non è facile. Mentre discute con l’ingegnere della Scala di pareri della Procura, della Commissione provinciale di vigilanza, dell’Asl e dei tecnici, ha il Prefetto in linea su un telefono e una delle segretarie nell’altro. Non parla quasi mai con una persona sola. Mentre il sopralluogo-lampo alla Scala (un problema di agibilità di certi sedili) ha termine, proclama nel telefonino: «Queste cose non le puoi dire a me, perché io sono il vento, sono in continuo movimento». Detto da un altro, è ridicolo. Detto da lui, pure. Se non che, è vero. Alle 11.45 entriamo all’Accademia di Brera, dove è ospite il fotografo Joel Peter Witkin. Sala piena di gente. Tante sventolone. Eh, l’arte. Sgarbi saluta Witkin, si alza e inizia a parlare sotto la diapositiva di una tipa col sedere di fuori. «Di Witkin dicono: artista discusso. Discusso è il termine più eccitante che esista, chi non è discusso è uno stronzo». Scaldata la platea, si addentra in una digressione sull’arte e la morte, perché se non lo sapete, Witkin ritrae cadaveri. «Per qualcuno è profanazione e abuso. Ma intanto il cadavere passa da uno stato di vita a un altro, da natura viva a natura morta. Uomini che furono senza identità da vivi e vengono abbandonati per strada, sono opere d’arte da morti: diventano vivi». Anche gli studenti che storcevano il naso alla sua entrata ascoltano con interesse. Qualche fanciulla lo fotografa. A fine discorso, è attorniato da una quantità di persone adoranti o questuanti. «Io mi occupo di...», «Volevo sottoporle...», «Potrei parlarle di...?».

È quello che succederà per tutta la giornata: inaspettatamente lui ascolta tutti, e non distrattamente come fanno i politici. Altra ipotesi: la sua droga sono le persone, l’essere cercato. Se poi si tratta di femmine, be’. «E perché mi hai sempre nascosto questa tua amica?». «No, ti sei sposata? Con un cornuto. Cioè, no, il cornuto sono io, tu mi tradisci con tuo marito». «Tu qui? Non sei in Irlanda? Che schifo, ditemi se una può andare a uomini in Irlanda». Mentre le interpellate arrossiscono, lui prende a braccetto, sposta, proclama, gigioneggia. Le battute semiaggressive a voce sempre alta e tonante sono lo stile del maschio dominante che segnala a maschi e femmine del branco la propria preminenza. L’unico vero modo di scontrarsi con Sgarbi è mettere in discussione questo aspetto: una volta stabilito che lui è il re leone, potete dirgli di tutto; è molto più paziente e affabile di quanto sembri. Certo, non andatelo a dire a chi lo vota. All’una e mezza, eccoci nel suo ufficio di Assessore alla Cultura del Comune di Milano. Un casino fantastico. Statue, dipinti, foto, calendari di spasimanti, regali, fiori, riviste e libri, libri, libri. Lui dopo la colazione salta anche il pranzo e inizia a vedere rappresentanti di enti vari: gente per cui Sgarbi è, si intuisce, una potenziale minaccia. Molti sembrano prendere oboli secolari per l’antico prestigio di cui si sono investiti, e temono che Sgarbi non abbia «la sensibilità per capire la loro importanza». Quando invece appare David Zard, storico promoter di concerti rock e altro, si illumina. «Oh, tu sì che mi piaci, Zard. Tutti ’sti creativi mi hanno rotto i coglioni. Tutto questo mondo di idioti che “creano dei contenuti”. C’è troppa creatività al mondo».

Via via l’ufficio si popola di gente di ogni tipo: collaboratori, mogli di ambasciatori, mercanti d’arte, una troupe di RaiDue per un intervento alla trasmissione Confronti. «Qual è l’argomento? Lapo? E che devo dire di Lapo?». Sfoglia il giornale un minuto, poi parte: «Nel mondo si è perso il contegno. Io ne sono un esempio. Io mi sono guadagnato confini del contegno molto remoti, a me sono perdonate molte cose “perché sono Sgarbi”. In parte succede ad altri, come Berlusconi, pensate alle sue foto con cinque ragazze. Sì, era a casa, ma era una situazione in cui Prodi non si sarebbe trovato. A Berlusconi è concesso qualcosa in più, “perché si sa che si comporta come un ragazzo”, però dovrebbe sempre tener conto che potrebbe esserci un fotografo e… Perché apri la porta? Chi è il coglione che apre la porta? La testa di cazzo che è uscito dalla stanza...». Bang, si alza e corre fuori dall’ufficio elencando tutte le parolacce del mondo. Eccolo, lo Sgarbi furioso: grida perché tutto il palazzo senta il ruggito del leone. Poi rientra e riprende come niente fosse. «Lapo Elkann non ha fatto nulla di male, ma se vuoi evitare poi che qualcuno mostri ad altri quello che fai, non farlo. Perché il problema sei tu: se respingi quei valori, se sei un rivoluzionario, non dovresti preoccuparti di essere fotografato. La differenza con me è che qualunque cosa io faccia, è ciò che voglio fare. Non devo nasconderlo». Fine della registrazione. Si alza e dice: «Sono le 17, ora che si fa? Ah, già. Andiamo a Piacenza, forza».

Saliamo in macchina in cinque. La star, il duo di RS, il prezioso autista Graziano, dipendente comunale diventato per forza di cose consigliere e segretario part-time, e una quinta persona: Caterina. Una fan. È giornalista anche lei, ma la realtà è che ama Sgarbi. Platonicamente. «Davvero, non ci sei mai stata?». «No, perché finirebbe». A dire la verità lui più che altro pare tollerarla seraficamente. Ogni tanto la insulta, ma fa parte del suo voler bene. «Le donne stanno attorno a lui perché da lui si impara», mi spiega Caterina. Dopo di che manda un sms a Lapo. A Piacenza bisogna sostenere un candidato sindaco. Accolta da una folla festante, la star entra in un salone e inizia a inveire contro il sindaco in carica. Onestamente il discorso non è granché: forse è stanco (in tutte queste ore ha mangiato solo un gelato), forse ha altro per la mente, forse non è un politico vero e proprio: attacca a testa bassa ma ha la razionalità di una squadra di calcio scozzese. Però, proprio come un club scozzese, il suo impeto strappa l’ovazione dei tifosi. Finito il comizio afferra una bella femmina locale e la trascina quasi di peso a vedere la mostra di Enrico Robusti (niente male, ma io non ne capisco nulla, sia chiaro), aperta a pochi passi. Uscito dalla mostra, allunga il passo e semina il duo di RS. Lo ripeschiamo poco dopo, dietro una colonna, a chiacchierare con la piacente piacentina. Pochi minuti dopo, eccolo ripartire sparato verso l’auto. Della dama, non v’è più traccia. In viaggio, legge giornali e telefona, telefona, telefona. «Ma che cretinate dici? Sono calmo. È che tu sei una rompicoglioni superiore alle mie capacità di sopportazione». Mette il vivavoce e ci fa ascoltare una donna dall’accento sardo che gli mormora che «sta facendo l’antipatico». Lui va avanti 10 minuti a spiegarle che lo sta annoiando. Alle 21 siamo nelle gallerie di Palazzo Reale: davanti a visitatori attoniti, irrompe seguito da un codazzo che ricorda Alberto Sordi nei panni del primario Guido Tersilli. C’è da incontrare lo sponsor della mostra Camera con vista, ovvero venti persone eleganti che Sgarbi prende al volo e trascina da una sala all’altra in una cavalcata selvaggia. «Qui c’è un Balla, quelli sono i calzini di D’Annunzio, qui c’è un Sironi. In questa sala purtroppo ci sono cacate della transavanguardia. Lì c’è una che piscia. Questo è Cattelan: una enorme forma di formaggio. E ora, venite nella sala delle Cariatidi». Con gesto punk, sposta un pannello, scavalca un cordolo e improvvisamente siamo in un’enorme vetustissima sala in pieno centro di Milano, ovviamente mai vista da chi vi scrive. Tanta bella gente mangia a lume di candela. «Ma che posto è?», chiedo a Caterina. «Oh, qui si fanno eventi». Ah. Mentre contemplo la sala lo perdo di vista di nuovo. Dove cercare? Ma è evidente: dove ci sono due gnocche. «Adesso vado a un’inaugurazione, poi c’è la mostra di un fotografo sadico, domani sera sono a Cremona, venerdì presento il libro di Ratzinger in Duomo, può essere divertente. Ecco il numero dell’autista. Quando avete finito qui andiamo e ci facciamo aprire la mostra». Si volta verso di noi e tuona: «Presto, che ci aspettano al Padiglione d’Arte Contemporanea». Ci aspettano? Mica tanto: l’appuntamento era alle 19, arriviamo alle 22.22. «Non c’è più nessuno? Sono dei cornuti». Si sente solo. Che fare? Chiama la fidanzata. L’attrice Sabrina Colle: ha appena finito le prove di uno spettacolo, arriva stanca. Ma paziente. Lui le mostra le pirotecniche opere di Serafini. «Guarda, Cibina: una donna-carota!». E ora che si fa? Si va a vedere la mostra di Witkin, il “fotografo sadico”. Recuperiamo il gallerista e ci muoviamo a piedi (a passo di carica ovviamente) verso la mostra. Il codazzo si è modificato nel corso della giornata: ora ne fanno parte giovani cool e chic, genere “faccio cose e vedo gente”. Metà li tirerei sotto con un trattore, ma è tutta invidia. Invece il proprietario (scusate: l’owner) della galleria è un giovane molto simpatico, che porge le opere a Sgarbi («Uhiii guarda che bella foto Cibina, questo si infila un chiodo nel naso») e gli dà del tu per tutta la serata. Di colpo lui lo fissa. «Ma tu chi sei, non ho capito». Intanto si è fatta l’una di notte. Ora di cena, finalmente.

Al ristorante arriva un consigliere politico di Sgarbi. «Vittorio, quella mostra sull’arte omosessuale, alla gente normale non piacerà». È preoccupato. «Ah, io non so cosa sia la normalità. Culi liberi!», esulta Sgarbi. «Va a finire come la mostra sul Male, devi togliere le foto eccessive». Più il politico si preoccupa, più Sgarbi gongola. «Va bene, sarà una mostra educativa: metteremo un prete all’entrata». Qualcuno (be’, io) fa notare che sarebbe un boomerang, il Vaticano ha già dei problemi. «Allora sotto le opere scriveremo: “Che schifo!”. E daremo una scossa a chiunque ci si ferma troppo. La chiameremo Vade retro. Oppure Ecce omo». Qualcuno (be’, sempre io) propone: «O Culattoni raccomandati». «Mhm, non male». Il politico cerca di ridurlo a più miti consigli. Mai ridurre Sgarbi a più miti consigli: «Ci sono! La chiameremo FROCI! col punto esclamativo». «Ma sono foto volgari, cioè fanno schifo». «Vedi, io posso fare quella mostra perché io sono Sgarbi. Sono insospettabile di connivenza coi gay, con tutte le liti con Cecchi Paone sul matrimonio dei culi. Mi è consentito, la gente conosce il mio contegno». Di ottimo umore si butta sugli spaghetti e su una procace bruna. Cibina scuote la testa. «Non ti irrita quando fa così?». Mi sorride dolcemente. «Sai com’è lui, no? Se non tolleri certe cose non ti ci metti». Sgarbi paga per tutti (grazie): 12 persone, due biglietti da 500. All’uscita un ragazzo lo riconosce: «Io sono ignorante, ho la terza media, ma amo Caravaggio e le donne». Sgarbi si illumina: «Anch’io!». Sono le 2.30. Che si fa? Si va a dormire? Ma no, bisogna far vedere a Cibi un orecchio scolpito su un muro. «Graziano gira a destra, in via Serbelloni. È la cosa più bella di Milano. Cibina, scendi a vedere!». Cibi, distrutta, cede. «Ma tu lo sai quanto ti voglio bene, Cibi?».

Le tre di notte, rieccoci in albergo. Siamo in sei: Caterina la fan è sempre tra noi. C’è anche Graziano gli ricorda gli impegni di domani. Nota bene, lui domani è di riposo, ma una volta nell’orbita di Sgarbi fai parte dello show. Sgarbi apre la finestra dell’hotel. L’intero balcone accompagna l’interno della galleria Vittorio Emanuele. Lui prende il telefono e la percorre tutta vociando, sclerando, sbracciandosi nel silenzio surreale del salotto buono di Milano che non vedrò mai più né così vuoto, né da questa posizione. Rientra. «Ora tutti fuori, ho un articolo da scrivere per domani, devo mettermi a lavorare». Giusto. Dopo uno show così lungo, bisogna pur rilassarsi un po’. Mi stringe la mano, sorride e poi dice: «...Ma voi chi siete, che non ho mica ben capito?».

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