un esempio concreto dei guasti della globalizzazione

un esempio concreto dei guasti della globalizzazione

proviamo a immaginare uno sfigato nato negli anni '50. piccolo, non bello, timido, figlio di piccola borghesia, col suo ruolo di aiutante farmacista. probabilmente sarebbe rimasto sempre al paese o al massimo avrebbe abitato a brescia, avrebbe frequentato oratori e balere, quasi certamente avrebbe conosciuto qualche ragazza del posto e si sarebbe sposato, avrebbe fatto un paio di figli. forse qualche volta sarebbe andato anche dalle puttane. avrebbe avuto un grammofono e una radio sui cui sfogare il suo bisogno di unicità, magari ascoltando de andrè.

una vita piccola, chiusa, mediocremente felice (o infelice, è la stessa cosa). e però vediamo questo sfigato come è adesso. ferme le condizioni di partenza, il mercato gli ha dato ampia facoltà di consumare. con quattro soldi lui viaggia, brucia combustibile, infetta il pianeta, e quando non può viaggiare fisicamente lo fai in rete, conosce persone, il suo territorio copre tutta l'europa e parte della russia. parla inglese e forse anche altre lingue, conosce (per modo di dire) centinaia di persone, vede femmine ben diverse da quelle del paese, ha infinite occasioni di eccitarsi, ma tutta questa libertà in fondo non gli serve ad altro che a soffrire.

piccolo, non bello, timido (ma la gentile timidezza è diventata sornioneria; la modestia, cinismo) è di fatto tagliato fuori da buona parte dei divertimenti che guarda ogni secondo in televisione e sulla rete.

non ha il fisico né i soldi né l'atteggiamento per godere delle tante possibilità che apparentemente gli vengono offerte. i suoi gusti, meno comuni di lui, inclinano verso il particolare, l'anomalo: ama o dice di amare cose francamente strane, come se si stesse vendicando di qualcosa. eppure lui non odia questo mondo, al contrario: sembra grato di questa libertà, anche se finge noncuranza. è chiaro che se gli dovessero chiedere cosa pensa della politica, della morale, della giustizia, risponderebbe scherzando: ma dentro di se difficilmente nutrirà dubbi sulla naturalità di questo sistema. per lui è diventato quasi impossibile immaginare la vita dello sfigato anni '50.

non si rende conto che i suoi pochi privilegi (la piccola posizione, il piccolo recinto chiuso) gli sono stati tolti, e che della stessa libertà godono soprattutto i suoi competitors. è stato accuratamente educato alla sconfitta.

è chiaro che si può essere felici.

la vera domanda è se tutti possono esserlo e la risposta tendenzialmente è no.

 

Gianni il libro del deboscio

 

p.s. quanto aggungerò potrebbe sembrare irrelato e invece qualcosa c'entra: alcuni anni fa venne un tizio che aveva lavorato a nero e voleva fare questioni. gli avevano promesso che l'avrebbero ripreso ma poi invece avevano trovato un altro a fare il suo lavoro.

mi disse che aveva litigato con una specie di caposquadra per una questione di orari. gli spiegai più o meno come funzionano le cose e lui sembrò estremamente sorpreso: non gli sembrava possibile che ci fossero dei rischi e dei problemi, lui aveva lavorato e voleva quanto gli spettava. dopo alcuni contatti col datore di lavoro, iniziò la procedura di conciliazione. davanti alla commissione il difensore del padrone disse, prevedibilmente, che non era vero nulla. la negazione era così scontata che né io né la commissione replicammo: in effetti quella frase non la sentimmo nemmeno, tanto era ovvia.

il lavoratore invece si alterò, nonostante gli avessi già preannunciato cosa sarebbe stato detto. anzi, non è che si alterò: sbiancò. gli prese una tale rabbia che per qualche secondo non riuscì a parlare, poi tremando si mise a gridare contro quel povero cristo. e che cosa dovrei dire? gli rispose il tipo. ognuno fa il suo lavoro. uno della commissione disse non vi alterate, è chiaro che lui nega e noi non siamo qui per fare un processo, ma per vedere se si trova un accordo.

allora il tipo stupì ulteriormente: che un rappresentante dello stato potesse mettere in dubbio le sue parole, beh, questo non riusciva a immaginarlo. guardò il tizio della commissione, poi guardò me, io gli avevo già detto mille volte che è inutile gridare e che ci vogliono le prove e glielo ripetei, e lui mi disse: le prove? io sono le prove. da quel momento tutti cercammo di rabbonirlo. io, l'altro emissario, la commissione, cercammo di spiegargli che era meglio trovare un accordo per evitare lungaggini e rischi.

tutti gli dicemmo che le parole sono belle ma poi bisogna vedere se gli altri lavoratori testimoniano a suo favore, non è detto perché magari lavorano ancora lì, e comunque ci vogliono mesi, anni... ma il tipo non sentiva ragioni, stava lì come una specie di animale cui hanno dato una mazzata in fronte e non capisce perché, non vuole capire. lui continuava a ripetere che bisognava fare il conto, il conto di quanto doveva avere, e questo era tutto, perché quei soldi erano un suo diritto. tutti noi gli dicevamo che le cose non funzionano così. tutti, anche io, anzi io per primo. ma la sua cocciutaggine, che era anche una specie di dignità... per quanto idiota, e inutile... sembravamo una banda di corruttori, sorridevamo della sua ingenuità, tutti. poi il padrone fece una proposta, che ovviamente era poco più della metà di quanto dovuto.

immaginavo che l'avrebbe fatta, succedeva spesso, e per me andava bene, ma il tizio non capì, disse che il conto era sbagliato, che era di più. non riusciva nemmeno ad accettare l'idea che gli si potesse offrire qualcosa di diverso, lui era venuto con l'idea che lì ci fosse qualcuno onnisciente che avrebbe capito la verità e fatto il conto, e costretto l'altro a pagare, sul posto. rifiutò e rifiutò anche alcuni piccoli aumenti.

e noi sempre lì, a spiegargli che così funziona, che noi gli credevamo, ma così funziona. ma lui, irriducibile, disse di no per l'ennesima volta e mi guardò come se fossi contro di lui.

 

 

io allora dissi che era inutile continuare e che rinunciavo a quell'incarico e che non volevo niente, che se intendeva mettersi a fare la guerra con la gente io non avevo la forza di stargli dietro, non avevo nessuna intenzione di mettermi a fare una questione di cinque anni per quattro soldi, e col rischio concreto che finisse male. si trovasse un altro più agguerrito, che possibilmente non gli dicesse cazzate.

io so che avevo ragione, e infatti ho avuto ragione, dopo anni è ancora lì a fare storie.

ma sostanzialmente aveva ragione lui e tutto il resto era ingiusto.

la vita è ingiusta, ma è così.

RSS