SATURDAY NIGHT FEVER #1 - Il Club

SATURDAY NIGHT FEVER #1 - Il Club

Per Evita Schwarz la verità non può mai essere dolce o delicata. Cosa aspettarsi dunque da Saturday Night Fever? La testimonianza tagliente, ironica e mai compiaciuta di una devozione nei confronti dell’arte in tutte le sue impercettibili sfumature.

Club. Non sentivo usare questa parola dai tempi delle medie, quando al piano interrato del condominio in cui vivevo con i miei aprì una losca discoteca, che però non chiamavano discoteca. I grandi la chiamavano club, anche se non lo so mica se lo era davvero, perché poi alla fine sull’insegna c’era scritto «Circolo Arci». Comunque questo per dire che per entrare serviva la tessera e questo era tutto quello che sapevo io, o meglio che potevo sapere io. Però in realtà io sapevo anche le facce e i vestiti che indossavano quelli che questa tessera – evidentemente – ce l’avevano e lo sapevo perché la mia camera dava proprio sulla piazza e loro arrivavano, parcheggiavano e scendevano giù. La musica si faceva altissima per un attimo e poi tornava ad essere solo un’ovattata vibrazione tra le assi del vecchio parquet di casa. E ricordo anche che mi piaceva di brutto spiare dalla finestra questi personaggi che scesi dall’auto s’aggiustavano il collo della camicia o il risvolto dei pantaloni. O le tipe che si controllavano il trucco nello specchietto e poi posavano con discrezione i tacchi sui sampietrini. Ecco. Questa è sempre stata la mia idea di club (per non parlare di quello che la mia fervida immaginazione di ragazzina si immaginava di quel luogo malvisto dagli abitanti dell’intera città) e da allora non li avevo praticamente mai più sentiti nominare. Oggi però i Club sono tornati di moda – pare – solo che – sorpresa – scopro che forse non sono proprio come pensavo io. Cominciamo con l’analisi.

Per esempio, ho da poco scoperto che c’è un’accademia, che poi ha il nome di una rivista di architettura, che ha a sua volta il nome di una parola in latino, che alla fine vuol dire «casa» in italiano, che ha aperto un Club. Che tra l’altro – mi chiedo  – si «apre» o si «chiude» un Club? Comunque, dicevo, questa accademia che si chiama Domus – come il giornale e come la casa ai tempi dei latini – ha aperto un Club che si chiama Metaphysical Club. Bene. E cosa ci fanno, si chiedono in molti ma soprattutto io? Boh, si incontrano e parlano di un sacco di cose. Oh! Pare bellissimo! Ci sono delle persone con dei nomi super importanti che parlano e fanno riflessioni spessissime su arte, moda, architettura, design… o meglio, io questo ho capito, perché poi, c’è da dire, che tutti questi Club sono anche sempre un po’ misteriosi, nel senso che se possono non farti capire bene bene bene quello che fanno, lo fanno e di solito ci riescono pure da dio!
Ma comunque, proseguiamo con questo superficiale approfondimento facendo un altro esempio. Qualche tempo fa sono stata a una mostra. Questa mostra era in una galleria. La galleria - fino a prova contraria - si trova in Italia. La galleria è di un giovane gallerista che è una persona come me e - credo - come te che stai leggendo. Ma questo non è particolarmente rilevante. O forse sì. Comunque. La cosa strana è che leggendo la comunicazione dell’evento - su Facebook naturalmente - non sono riuscita a capirci una mazza. Ora, la comunicazione era in inglese e qualcosa -  forse - mi è sfuggito, ma con tutti i telefilm che mi sparo al giorno… bah! Comunque il pressrelease (che in italiano si dice comunicato stampa) diceva su per giù che la mostra non era una mostra ma un ambiente condiviso, insomma, un Club di cui tutto potevano diventare membri e partecipare. Un Club dove le gerarchie erano resettate e dove poi potevi pure farti una tessera. Boh. Decido di dare fiducia a questa cosa pur non sapendo bene come chiamarla e decido - apposta - di vestirmi un po’ country (perché così come non faccio mai di dare fiducia alle cose che non capisco, non faccio mai neanche di vestirmi country. Non ve ne frega un cazzo, ma non fa una piega). Comunque esco sotto al diluvio universale di quella sera e arrivo lì. Ad accogliermi una scritta neon verde e una tenda spessa davanti all’ingresso… «chissà cosa si cela dietro a quel tessuto scuro?» mi chiedo. Rullo di tamburi e… boh, magari mi sbaglio eh, ma a me mi pareva proprio proprio di essere ad una mostra, o meglio, ad una mostrina, con dei lavorettini, un pochino più vendibilini, ma comunque una mostra, anche se pochino illuminatina (forse per via delle lampadine a basso consumo che durano fino a 20 anni!). Comunque guardo tutto. Poi esco. Mi fumo le solite quindici sigarette di circostanza con gli amici del muretto, ovvero quelli che vedo solo alle inaugurazioni, anzi agli opening e con i quali ci appoggiamo al muretto perchè nelle gallerie le sedute sono vietate, tanto quanto il parlare male dei lavori esposti, che è vietato tanto quanto – per capirci – fumare in una camera d’ospedale. Bene. Fatto. Ok. Me ne vado. Saluto e prendo un tram al volo. Dopo qualche fermata: «porca troia!» esclamo. Ecco, la tessera… Me l’ero scordata. «Non l’ho fatta cazzo! Vedi –  mi son detta – almeno al circolo Arci non ci entri se non ce l’hai (infatti non ce l’ho), ma invece qua… ho fatto tutto uguale!  E mo’?!» Tempo dieci minuti e mi ero bella che scordata pure della tessera. In testa però m’era piuttosto rimasto il fatto che quella mostrina – per la quale stavo indossando delle dolorosissime scarpe e una camicia che non mi piaceva neppure tanto – mi aveva messo addosso quella fastidiosissima invidia che ogni tanto mi prende e che mi fa dire «ma perché non potevo esserci anche io in quella mostrina del cazzo?». Poi sono arrivata a casa e amen. Ovviamente non c’ho più pensato, però… qualche giorno dopo… Bam! «Club of matinee idolz» diventa una conferenza! E dove? Alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Una galleria privata che fa una conferenza alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo! Che bello! Tutti amici amici amici (che poi - occhio - che ti rubano la bici bici). Approfondisco come al mio solito con la lettura del comunicato. La comunicazione è sempre in inglese, ma stavolta non mi faccio fregare! Traduco tutto per bene smobilitando dizionari cartacei che non venivano aperti da quella volta in cui internet non aveva funzionato per settimane per misteriose ragioni e, una volta decifrato l’enigmatico comunicato,  capisco che: chi non ha la tessera la può fare lì! Figo! Io non ce l’ho la tessera! Allora la posso fare lì! In più chiedono di far sapere se si va o non si va. Figo! Io vado! Allora glielo dico, così potrò avere la mia tesserina ina ina e pure una seggiolina ina ina per i posti limitatini ini ini! Ovviamente prima devo superare il dilemma relativo alla lingua da utilizzare per comunicare la mia presenza, ma alla fine (in seguito a una riflessione scientificamente illogica) opto per l’inglese perché fa sempre brutto quando noi italiani si risponde in italiano ad un inglese solo perchè si da per scontato che questo debba capire perché tanto è da tanto che questo vive in Italia. Ecco. Ma poi alla fine loro in realtà sono italiani quindi non ha senso, ma ormai è andata così. Comunque anche questo non è particolarmente rilevante. Passo alle cose rilevanti.

Dunque rinuncio al mio pomeriggio allo stadio (pressrelease cit.) e mi presento lì puntualissima come non capita MAI, giuro MAI! Entro trafelata e ansimante per aver corso come una dannata temendo di non riuscire ad avere la mia tessera, che oramai desideravo più ardentemente di quanto certe volte io desideri un kebab (che cosa diamine ci mettono dentro?!), saluto frettolosamente le tre su cinque persone in sala che conosco e poi saluto pure il gallerista che invece tre volte su cinque o non mi riconosce o - comunque - non mi saluta. Riprendo fiato e gli dico «senti io dovrei fare la tessera che all’opening mi son dimenticata» e lui, senza nemmeno guardarmi in faccia, si allontana e mi dice che devo andare da Claudia? Carla? Marta? Martina? Boh. Comunque siccome io questa tipa non sapevo chi fosse o che faccia avesse mi guardo un po’ attorno e poi intuisco di dovermi dirigere laggiù. Bene. Arrivo laggiù e dico alla presunta stagista di 21 anni (o di 30 portati benissimo): «Ciao, senti io vorrei fare la tessera». Lei, piccolo robottino senza una ruga, parte con la procedura. Estrae la mia nuova tesserina, ne controlla il numerino. Mi chiede nome e cognome. Specifico Schwarz facendo lo spelling. Lei procede efficientissima e io, nel frattempo, la guardo, la tessera. Lucida, nera, specchiante. «Ci serve la mail per tenere aggiornati tutti i soci del club» mi dice. Gliela dico. Poi mi avvicina senza distogliere lo sguardo dal monitor il comunicato stampa della conferenza e mi dice «Ok, tu sai come funziona no?» e io «Ehhh… bah, funziona che tu mi dai la tessera e poi mi aggiornate sugli eventi, no?» e lei «ah, scusa pensavo lo sapessi» e io «figurati, tranquilla, ma no, mi sa proprio che non lo so». «La tessera… costa 5 euro». Silenzio. «Ah». Silenzio. E la giovane «Beh se vuoi pensarci non c’è problema, solo che questa è l’ultima occasione per farla». Silenzio. Ennesimo dilemma. Mentalmente ripercorro ogni singola parola del comunicato stampa che avevo tradotto con il dizionario cartaceo impolverato facendomi venire persino dei tagli sui polpastrelli, ma nessuna, ripeto, nessuna di queste parole, si riferiva al costo di questa famosa tessera. Mi avevano incastrata. Nel bel mezzo di in una di quelle situazioni per cui se dici di no fai la cosa giusta, ma fai comunque la figura della pezzente. Però al contempo lo sai che che sarebbe proprio da situazione perfetta per fare una di quelle scenate che ti porti dentro da una vita, in cui urli e butti per terra tutte le cose e esci dalla porta maledicendo perfino dio per le ingiustizie del mondo. Eh sì. «Sarebbe proprio bello che qualcuno lo facesse» penso mentre io, con gli occhi bassi e la coda tra le gambe, confermo di voler fare la tessera. D’altro canto dai ragazzi, diciamocelo, non avevo scampo! Che potevo fare? Solo mi viene da togliermi una curiosità e chiedere a Super Vicky «ma la sera dell’opening…  la tessera … non era a pagamento giusto?» E lei, un po’ balbettando, mi dice che sì, cioè no, cioè, era stata data agli artisti, agli amici della galleria, a quelli un po’ così… Provo a tranquillizzare la povera ragazza facendole capire che non sono una spia della CIA e che va tutto bene, ma nulla, continua chiedendomi se voglio parlarne direttamente con il gallerista. Le dico di lasciar perdere e, per farla finita, sfilo tristemente dal portafoglio la banconota da 5€ che tenevo da parte da settimane per l’amaro dell’«evviva è sabato sera». Le sorrido, mi giro e con tutta la calma del mondo mi inizio ad avvicinare a una delle tante sedie vuote disponibili. Ohhh! Bene.

Allora, cosa abbiamo imparato da questa lezione sui Club? Uno. Che essere parte del Club è una figata pazzesca! Due. Che adesso il gallerista mi saluta (quasi) cinque volte su cinque. Tre. No. Nessun tre in realtà, però chissà, magari adesso il gallerista vorrà vedere i miei lavori! O magari finisce che mi metto assieme a un tipo durante uno di quegli opening di quegli eventi che però non sono mostre! Che roba! Comunque un dubbio (uno…) mi è rimasto: ma le Nike Roshe Run fluorescenti non saranno mica il premio fedeltà del Club?

Evita Schwarz

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