motociclismo

Il motociclismo e in generale i motorsport sono una passione costitutivamente apolide, internazionale; una nicchia da milioni di fan sparsi ovunque, con poco o nessun peso nelle singole nazioni. Uno sport che condanna quasi tutti gli spettatori a una fruizione virtuale, a non poter mai incontrare il pilota che passeggia in città, a non poterlo andare a vedere materialmente la domenica. Condanna accettata umilmente dai tifosi, abituati ad essere distanti dall'epicentro delle cose, grati lo stesso. Nei casi più fortunati e commoventi, capolavoro di provincialismo, vanno in pellegrinaggio nell'unica apparizione geograficamente prossima dell'anno, e fanno ore di viaggio e comprano biglietti carissimi per vedere: alcuni millisecondi della scia dell'oggetto d'amore. Provinciali. Perché i motoristi vengono solitamente dalla provincia: centauri in senso stretto, persone cresciute vedendo nel motore uno strumento minimo di socialità, un'estensione del corpo necessaria per avvicinarsi prima che per vantarsi. Uomini veramente semplici, medi, spesso mediocri; forse gli ultimi a conservare alcune forme di tradizione e di valori che nei ceti urbani, non importa se più bassi o più alti, evolvono molto più rapidamente. Persone con una certa disponibilità economica, ma quasi nessuna preparazione o influenza culturale. Ad esempio, mentre il calcio è nato come sport popolare ed è stato poi abbracciato da tutti, finendo per essere rielaborato ed analizzato dai più fini teologi sociali, i motori non hanno mai raggiunto quella massa critica o quelle leve di potere per essere davvero inclusi nel canone degno di nota. Allora questo è soprattutto un appello rivolto a scrittori e intellettuali, Carrère, Barbero, i figli di DFW e di Eco: manca qualcuno che racconti il motorismo. Oggi ha smesso di correre Maradona, Federer, Michael Jordan, e non si trova non dico un libro, ma neanche un longform scritto bene a cui aggrapparsi.