Milano fa schifo

Milano fa schifo

Milano è fantastica. L'incanto e il disincanto sono due aspetti della stessa triste realtà. Il provincialismo si manifesta in egual misura in uno qualsiasi dei due stereotipi del cagone medio: adoro la mia città/odio la mia città. Il garantismo non è contemplato in genere: quanto è più accentuato l'aut-aut, tanto una posizione è la derivata dell'altra. In questo senso, Milano offre spunti di estrema delicatezza e poesia. Se il quartiere ce l'hai dentro fin dalla nascita, anche «girando il mondo» si ricercherà sempre e solo il quartiere. L'accattone dell'esistenza, che non trova stimoli dentro di sé, si accanisce contro l'aridità di Milano, senza rendersi conto che è lui, in primis, a essere poco interessante in assoluto. Parimenti, il provinciale ultra-stimolato trova fantasmagorica qualsiasi cazzata sofisticata in apparenza, per darsi un senso e approcciarsi a cose che, nel paese natale, non aveva mai viste. Passare le serate senza argomenti a dire «Milano fa schifo», conservando una perenne aria da habitué, è l'estremo palliativo del fallito imborghesito nell'animo, che ritiene «semplici» le persone affascinate. Senza capire che è la stessa miserabile semplicità, la sua. Credere nella propria sofisticazione, sentirsi in qualche modo versati ad «altro». Questo «altro», nella migliore delle ipotesi, consiste nell'andare a Londra a lavorare in uno studio di grafica o in banca, a Berlino a scassarsi in discoteca, a Barcellona a vivere la movida, a Lisbona a saggiare la saudade. «Vado a stare a Milano», «me ne vado da Milano» suonano allo stesso modo. Una litania esausta, pallida. La classica occasione persa per tacere. Un'autocelebrazione fatta di stupore e complessi. Chi davvero se ne va, lo fa in silenzio. Come il provinciale vede Milano come un centro di cultura, un'occasione per lavorare, un luogo dinamico e creativo, il milanese vede le altre metropoli europee allo stesso identico modo. Lo slancio, la propulsione, è la stessa. Il tizio insoddisfatto che alla domenica va a vedere la partita al bar sport davanti a un bianchino insieme agli amici di sempre, e dentro di sé sbuffa «pezzenti, provinciali... ah ma quando me ne sarò andato a Milano...» è lo stesso milanese che fa le cose per inerzia, trova inutili gli altri e dentro di sé aspira: «pezzenti, provinciali... ah ma quando me ne sarò andato a Londra...». La realtà è come la descrive lo spot del centro moda jolly più: «l'abbigliamento della distinzione». Ogni minima peristalsi sociale è un'affermazione della propria unicità, attraverso l'omologazione. Del resto, è solo dalla normalità che ci si può elevare. Lo straordinario è una branca dell'ordinario, e questo stato di cose è eterno. Il profugo spirituale che scappa o raggiunge Milano si sente in qualche modo straordinario per questa sua supposta conquista d'unicità, d'elevazione dai propri consimili-conterranei. In verità, purtroppo, la stradina ciottolata con il baretto e la bici parcheggiata al palo e la mamma che sbatte le lenzuola dalla finestra, è una trascendenza che riguarda e riguarderà sempre solo la propria autosoggettività, povera in quanto schiava dell'infanzia prolungata «ad perpetuum».

Riccardo Mauri

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