Leopardi a troie

Leopardi a troie

C’è una sola cosa più facile e becera di fare umorismo sui difetti fisici, ed è fare umorismo su un film su Leopardi: è chiaro che un film sull’autore più amato e studiato della letteratura italiana non avrebbe potuto che basarsi sulla sottrazione, sul togliere, perché qualsiasi scelta basata sull’accumulazione avrebbe portato a trasformare il povero Giacomo in un satiro gobbo.

 

La scelta di Mario Martone e di Elio Germano nel Giovane Favoloso presentato a Venezia è, inopinatamente, proprio quella dell’accumulazione, tanto che per 2/3 del film sembra di assistere a uno di quei film nei film di Nanni Moretti come la storia del pasticciere trotzkista o il musical sul Vietnam, in questo caso un “cosa sarebbe successo se Rain Man, Nosferatu e il Gobbo di Notre-Dame fossero la stessa persona”.

 

Il giovane Giacomo non si taglia la carne nel piatto, non riesce a fare pipì da solo, è parecchio complessato da mamma e papà severissimi e cattolici, personaggi limati con la motosega (fa tanto dispiacere vedere Popolizio ridotto così): una situazione come quella di Robertino in Ricomincio da tre, in cui il Massimo Troisi della situazione che lo invita ad andare a tuccà ‘e femmine è Pietro Giordani.

 

Per Leopardi ‘e femmine sono Silvia, che quando lo vede gli allunga l’esca in marchigiano:
- Avevate dettu che mi imparavate a leggere…
ma il nostro Jack, imperterrito:
- Sono impegnato a comporre una canzone su Dante...

Giacomo/Germano in un passaggio felice enuncia che la verità è nel dubbio, ma nella recitazione continuano a non esserci dubbi, i personaggi restano monolitici e legnosissimi, Silvia intanto muore con l’inusitata colonna sonora di Apparat, Giacomo di fronte alla deposizione nella bara ha un moto scomposto, interrotto dai buoni villici con un “Cu fà Signor Conte?”

 

Gianni il libro del deboscio

 

Leopardi capisce che è venuto tempo di scappare, ma il progetto è stroncato da papy Popolizio, che lo sottopone al supplizio dell’interrogatorio sulla sedia, con Giacomo che si mette a inveire contro la vile prudenza con dei flash da tossico alla Trainspotting.

 

Com’è come non è, didascalia “dieci anni dopo” e troviamo Giacomo a Firenze con Antonio Ranieri, interpretato da Michele Riondino sempre più Rocco Siffredi del cinema italiano per capacità amatorie ed espressività facciale.

 

Leo si innamora di Fanny Targioni Tozzetti interpretata nel modello troione dalla già esperta Anna Mouglalis di Romanzo Criminale, che ovviamente gli preferisce Ranieri, condannando il nostro a una seconda scena morte da tossico in riva all’Arno, senza prima farci mancare mosca cieca e cosplay in armatura con limone tra Fanny e Giacomo.

Il didascalico piomba come un macigno spezzando le corde dell’imbarazzo, con Elio Germano che recita i suoi versi contro la Natura alla Madre trasformata in monolite di pietra, cui però poi si piegherà a scrivere una lettera per chiedere i soldi del mantenimento (altra citazione morettiana).

 

Peraltro il didascalico si potrebbe anche capire, questo è un film che proietteranno nelle scuole….NO! Perché Martone, trasferiti i nostri eroi a Napoli, FA ANDARE LEOPARDI A TROIE.

Ora, che Leopardi andasse a troie è un’invenzione di Martone, per sua stessa ammissione: non pago, non si tratta di prostituta ma di transessuale, Leopardi ci rimane malino ("Martone, Martone, perché di tanto inganni i figli tuoi, che mi fai andar anco col travone?") e allora passa a un’amicizia un po’ pederasta.

Dopo tanto soffrire, il film per fortuna si calma, per sfuggire al colera ci si trasferisce tutti a Torre del Greco, dove la fotografia di Berta dà il meglio di sé, e i versi della Ginestra questa volta non sono recitati da Germano ma soltanto letti in voice over, fino a che Giacomo si spegne, e noi con lui, con un sospiro di sollievo.

Elio Germano si conferma con questo film il Mario Balotelli del cinema italiano, colui da cui tutto inevitabilmente passa e inesorabilmente perde credibilità: un premio alla sua interpretazione farebbe pensare che al posto di Carlo Verdone in giuria c’era Byron Moreno.

Il film rimane comunque godibile, ma in senso negativo, per cui  si spera che anche per Martone non ci sia nessun premio.

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