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La7 non è che la radicalizzazione di una tendenza in atto da decenni: la spettacolarizzazione della politica, all'insegna dell'infotainment.

Un fenomeno che ha avuto gioco facile nell'affermarsi, offrendosi come strategia win-win per entrambi i contraenti: per i politici è stato una scorciatoia per rapportarsi in modo "diretto" (per quanto fittizio) con l'elettorato ed ovviare al declino della militanza; per le tv è stato un modo per fare ascolti senza spendere granché.

A lungo andare, però, i nodi cominciano ad arrivare al pettine (già da qualche anno, in verità). Perché la politica-spettacolo, senza partecipazione alle spalle, si riduce a spettacolo. O meglio, ad una tipologia di spettacolo: un "genere".

E se la politica nell'immaginario collettivo diviene un "genere", è un bel problema. Perché diventa genere fra i generi: le serie tv, i talent show, lo sport. Perfettamente intercambiabile.
A maggior ragione se lo spettacolo della politica viene portato in scena da attori mediocri, con copioni prevedibili: vuoi mettere con una qualsiasi serie, anche la più scarsa, dell'offerta di Sky o Netflix?

Allora, semplicemente, si cambia canale (e tutto questo, ovviamente, tenendo fuori dal discorso una piccola cosa chiamata internet). Anche perché, di riflesso, l'elettore col tempo si è abituato ad essere interpellato come audience (per non parlare delle generazioni più giovani, che sono nate "dentro" a questo fenomeno).

Allora l'elettore, di conseguenza, è da audience che si comporta.

E questo, a maggior ragione, accade se quel genere la tv comincia a spalmarlo a tutte le ore per risparmiare.
Perché finisce per saturare.
Per stancare.

Non è il caso di addossare tutte le colpe a questo fenomeno; anzi, probabilmente ha fornito ad una politica già in forte crisi da decenni una sponda per continuare a rimanere a galla per qualche lustro in più.

Più sommessamente, è il caso di dire che chi - come La7 - porta avanti questa linea in un modo così massiccio, sta facendo un danno a entrambi i contraenti del patto: alla politica, contribuendo alla sua crisi da disaffezione (in misura difficile da quantificare, ma forse non irrilevante); e alla tv stessa, perché gli ascolti non ci sono più.

 

Michele De Iuliis

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