La società post-fattuale

La società post-fattuale

Il settimanale Economist ha dedicato un lungo articolo ai rischi della società “post-fattuale” in cui, secondo molto esperti, ci troviamo a vivere. “Post-fattuale” – (“post-truth”) – è un termine inventato da David Roberts, un blogger che scriveva sul sito ambientalista Grist e serve a spiegare la crescente inclinazione di parte della società moderna a credere a notizie false o fortemente alterate: le “bufale”, come si dice in Italia.

Il termine post fattuale o post verità è tornato particolarmente di attualità nell’ultimo anno. Diversi episodi, avvenuti in particolare nel corso dell’ultima estate, sembrano aver dato un’ulteriore conferma alle teoria di Grist. Tra le altre, l’Economist elenca il successo del candidato alla presidenza americana Donald Trump, probabilmente il politico meno legato alla realtà dei fatti della recente storia americana. Il settimanale cita anche la vittoria dei “Leave” al referendum Brexit nel Regno Unito, ottenuta in parte grazie anche alla diffusione di numeri falsi, come il fatto che il paese paghi ogni settimana 350 milioni di sterline all’Unione Europea, che invece potrebbero essere spesi altrove.

 

In molti sostengono che la vittoria del “Leave” e l’ascesa di Trump non hanno a che fare con le bugie, ma piuttosto con l’insoddisfazione di numerosi strati della società, che per protesta votano il candidato o la proposta che sembra più in contrapposizione con l’establishment. L’Economist ammette che questa può essere in parte la spiegazione: non è mai esistita un’epoca “aurea” dove il contesto politico fosse privo di manipolazioni e bugie.

Paranoie e teorie del complotto, insomma, hanno attraversato il dibattito pubblico in tutte le epoche passate. All’inizio del Diciannovesimo l’opinione pubblica degli Stati Uniti venne presa dal timore che il paese stesse per cadere in preda a una cospirazione di un gruppo segreto noto come gli “Illuminati di Baviera”. Dopo la Seconda guerra mondiale accadde qualcosa di simile con la “caccia” ai comunisti organizzata dal senatore Repubblicano Joseph McCarthy. In Europa l’idea di una grande cospirazione dei massoni, gesuiti o ebrei è rimasta attuale per almeno un secolo e ha prodotto le peggiori persecuzioni nella storia dell’umanità. Più di recente, capi di governo come Lyndon Johnson, Ronald Raegan, George W. Bush e Tony Blair hanno tutti mentito ai loro cittadini su temi importantissimi, che spesso hanno facilitato l’entrata dei loro paesi in guerre costose e sanguinose. Le teorie del complotto sull’11 settembre sono ancora molto diffuse in tutto l’Occidente e sono accettate in gran parte del mondo arabo.

Ma nonostante questo, secondo l’Economist, la teoria del mondo “post-fattuale” contiene degli elementi di verità. Alcune delle caratteristiche stesse del cervello umano, spiega il settimanale, sembrano fatte apposta per favorire la diffusione delle bugie: «La tendenza naturale degli esseri umani è quella di ignorare i fatti». Il nostro cervello, ad esempio, è per natura abbastanza pigro e ci spinge inconsapevolmente a ignorare quei fatti che potrebbero costringerlo a lavorare più duramente. Una volta acquisita un’opinione su un argomento, il sistema cognitivo umano tende a mettere in evidenza le prove che supportano l’idea acquisita, rispetto a quelle che la mettono in discussione. E alcuni esperimenti scientifici sembrano indicare che essere esposti ad argomenti contrari rafforza, invece che indebolire, l’idea sbagliata.

La mente umana, però, non è cambiata molto nel corso degli ultimi decenni ed è difficile sostenere che un secolo fa gli esseri umani fossero più disposti a mettere in discussione i loro pregiudizi (semmai il contrario, dati i livelli di istruzione più bassi). Che cos’è cambiato in questi anni? Secondo l’Economist, uno dei problemi principali è il crollo della fiducia nelle istituzioni “produttrici di verità”: i media, la scuola, le università e il sistema legale. Questo crollo ha moltissime cause. Un esempio tipico è quello delle diete: basta una breve ricerca su internet per accorgersi di come gli scienziati si siano contraddetti più volte su quale tipo di alimentazione sia benefica e quale invece dannosa. Poco importa che il termine “gli scienziati” spesso indichi in realtà giornalisti senza scrupoli: il risultato è un calo della fiducia nella “scienza”.

I media sono forse una delle istituzioni “produttrici di verità” più in crisi. L’industria dell’informazione sta perdendo entrate e lettori in tutto il mondo sviluppato e, spesso, per far fronte alla crisi, abbassa o elimina completamente le sue difese contro le bugie e l’asticella della qualità dei suoi articoli, nel tentativo di mantenere i suoi utenti dando loro ciò che vogliono sentire, piuttosto che una ragionevole esposizione dei fatti. In altri casi, invece, la credibilità delle istituzioni è stata attaccata di proposito. L’Economist cita il caso del riscaldamento globale, un’idea su cui c’è un sostanziale accordo tra gli scienziati ma che per anni è stata attaccata in maniera organizzata dagli opinionisti conservatori che temevano le conseguenze economiche di una seria politica nella riduzione delle emissioni.

Secondo l’Economist, questa crisi sarebbe stata molto più facile da gestire senza la nascita di internet. Con la creazione dei social media, il monopolio delle grandi istituzioni nel diffondere informazioni è stato definitivamente spezzato: «Grazie a Facebook, Reddit, Twitter e WhatsApp chiunque può diventare un editore». Soltanto oggi iniziamo a comprendere le implicazioni di questo fenomeno. Una delle più discusse è il fenomeno della bolla informativa: la tendenza degli utenti a riempire il proprio spazio all’interno dei social network di persone e informazioni allineate al proprio pensiero. Si tratta di una tendenza naturale degli esseri umani, come abbiamo visto prima, ma che secondo diversi scienziati sociali è più forte online che offline. Chi ha idee bizzarre e poco diffuse nel resto della società, ad esempio, può trovare più facilmente chi la pensa allo stesso modo proprio grazie a internet. Insieme, queste persone rafforzano più facilmente i propri pregiudizi, escludendo dalla loro bolla tutte le informazioni contrarie. Sentendosi forti e numerosi, sarà più facile per loro intraprendere azioni collettive. Idee un tempo completamente marginali, come la teoria delle scie chimiche, hanno riscosso grande successo su internet e i gruppi che le sostengono sono persino riusciti a organizzare delle manifestazioni pubbliche.

Anche qui si tratta di un fenomeno che è in parte naturale, in parte costruito in maniera voluta. Negli ultimi anni, ad esempio, il governo russo ha moltiplicato i suoi sforzi nella diffusione di propaganda e notizie false, sui media tradizionali, ma anche su internet. Centinaia di “troll di professione” sono pagati dal governo russo per disseminare la rete di commenti, attaccare gli oppositori e diffondere notizie false. Negli ultimi anni sono nati siti internet e gruppi Facebook che guadagnano proprio grazie alla diffusione di notizie false. Lo stesso Trump ha 11 milioni di follower su Twitter: un numero che lo rende una potenza editoriale più importante della gran parte dei media tradizionali. Non sembra un caso che, secondo diverse voci che circolano negli ultimi mesi, Trump abbia deciso di creare un conglomerato editoriale per diffondere le sue idee, nel caso di sconfitta alle elezioni di novembre. La sua campagna elettorale ha negato l’indiscrezione, ma qualunque cosa Trump decida di fare, scrive l’Economist: «La politica post-fattuale sembra essere destinata a rimanere con noi ancora per lungo tempo».

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