la festa della lega


Noi diciamo stupidaggini che muovono l’Italia.
Umberto Bossi
Quando io e Marco, il fotografo, arriviamo nella ridente Alzano Lombardo tutto è tinto di grigio e le nuvole cariche di pioggia hanno sequestrato l’estate da più di un’ora, senza la minima intenzione di restituirla. L’occasione è la 24esima edizione della Bèrghem Fest—tradizionale festa leghista che da sempre si svolge in questo paese del bergamasco che sembra l’incubo di uno scenografo di film post-apocalittici di serie Z.
Oggi però siamo arrivati decisamente troppo presto: in giro non c’è nessuno. I tendoni bianchi sono sormontati da un’enorme statua di Alberto Di Giussano, e un uomo a torso nudo con i jeans alzati fino all’ombelico sta parlando con un altro militante leghista di fronte all’ingresso. “Arriverà qualcuno prima o poi?”, gli chiediamo con una certa preoccupazione. “Sì, sì,” ci risponde lui. “Quando?” “Mah, verso le sette, sette e 30, sette e 45.” L’uomo comincia a parlare in un idioma difficilmente comprensibile; riesco a captare solo “speriamo che non piove come ieri.” Alziamo lo sguardo al cielo sempre più deprimente e minaccioso e ci scambiamo uno sguardo perplesso.
Insieme al fotografo mi fiondo a trangugiare una birra all’interno dello stand. Mi accorgo subito della penosità della situazione: sono appena le sei di pomeriggio, Bossi e Calderoli (le attrazioni della serata) parleranno solo alle nove e l’unica cosa da guardare sono i cavalli verdi di plastica disseminati intorno al tendone.
La sera prima Matteo Salvini—eurodeputato, segretario nazionale della Lega Lombarda e grande utilizzatore del CAPS LOCK sui social network—aveva spronato a dovere i militanti leghisti dal palco della Berghem Fest: “Dobbiamo essere pronti al sacrificio per la rivoluzione padana.” E per fare una rivoluzione, spiegava Salvini, “non servono ragionieri o geometri, ma ci servono matti, gente che non vede dritto, che immagina la riscossa del Nord: dobbiamo recuperare il folle orgoglio lombardo. Tenetevi pronti a dare calci e scappellotti ai dirigenti, ai burocrati [europei].”
In realtà è da più di anno che i leghisti si stanno prendendo a “calci e scappellotti” tra di loro. Tra scandali, investimenti in Tanzania, lauree comprate in Albania e crolli elettorali, la guerra fratricida tra bossiani e maroniani sta arrivando alla resa dei conti finale. Lo scorso giugno Bossi avevaattaccato Maroni (“Mi fa rabbia che Maroni cancelli la ‘Padania’ e si rammollisca con ‘Prima il Nord’”) e il sindaco di Verona Flavio Tosi, accusando quest’ultimo di “portare via i voti alla Lega” e di “fare accordi con i fascisti.” Bossi era tornato alla carica questo Ferragosto, dicendo che Tosi rischia di “andare fuori dalle scatole” e dalla Lega: “Non penso riuscirebbe a combinare qualcosa. Quello che ha combinato è perché era sul carro della Lega.”
In un’intervista, Giacomo Chiappori, sindaco di Diano Marina e bossiano di ferro, ha detto chiaro e tondo che l’obiettivo primario della nuova corrente del Caro Leader è “quello di salvare la Lega dalla distruzione che hanno voluto Maroni e Salvini con la ‘palla’ della stagione delle scope.” In Veneto, intanto, gli impetuosi venti di scissione rischiano di far implodere fragorosamente il partito.
Ad ogni modo, la “gente che non vede dritto” di Salvini arriva alla spicciolata alla Bèrghem Fest e non sembra esattamente avere il physique du rôle del rivoluzionario.
L’età media, inoltre, è parecchio elevata.
Non ci sono spadoni, ampolle, costumi medievali o l’oggettistica celtica da battaglia: quelli sono orpelli del passato. Molti hanno le classiche bandane leghiste tempestate di Soli delle Alpi; qualcuno passeggia sotto il tendone con la camicia verde d’ordinanza; altri sfoggianosimpaticissime magliette.
Altri ancora espongono con orgoglio tatuaggi identitari.
Un’anziana signora in camicia verde si mette in posa e allarga per bene un prezioso grembiule firmato dal Bossi.
Mentre in sottofondo scorrono le immagini di Braveheart e comincia una tristissima lotteria, la pioggia incessante funesta la Bèrghem Fest e costringe i leghisti ad aprire voluminosi ombrelli verdi per ripararsi dalla furia degli elementi.
È il momento giusto per finire la terza birra, serpeggiare tra le panche di legno e andare a caccia d’interviste.
Fermo un anziano militante che ha la tessera della Lega da 25 anni ed è anche stato segretario a Stezzano (BG), un paese nel quale l’evento più significativo degli ultimi ottant'anni è rappresentato dal matrimonio di Matteo Salvini. Il vecchio militante è parecchio sconsolato: “La Lega non va bene, 25 anni di lotte e non riusciamo a ottenere niente di quello che vogliamo noi. Continuiamo a lottare ma siamo sempre degli schiavi, non otteniamo niente. Sarebbe abbastanza riuscire a fare il federalismo, e invece continuano a tassarci, tassarci, il debito pubblico va su e siamo sempre qui.” Gli chiedo se si è un po’ perso l’ideale della Lega dell’inizio. Scuote amaramente il capo: “Lo storia dei figli di Bossi ha rovinato tutto, ha rovinato...” Lui comunque ci crede ancora: “Ci credo sempre, perché credo nella libertà del Nord. Sono quasi stanco, però resisto fino a che campo.”
Il Segretario di Alzano Lombardo, Giuseppe Rota, è nettamente più positivo dell’anziano militante. Per Rota, la Lega “rappresenta il tutto”: “In uno Stato che è praticamente alla dissoluzione, la Lega sta impostando un nuovo assetto, che può essere un assetto federale. Noi stiamo lavorando per la macroregione del Nord, che ha un nome che è nostro cuore, e questo nome è la Padania.”
Gli faccio notare che è da vent’anni che ci stanno provando, senza grossi risultati. “Quello che non abbiamo ottenuto a Roma—risponde Rota—adesso lo potremmo ottenere con la gente, stando nelle strade ancora, nelle piazze. Non dobbiamo più combattere Roma, ma dobbiamo combattere anche un’Europa non dei cittadini, ma dei tennocrati, dei massoni e dei banchieri.” Per fare questo, ovviamente, c’è “bisogno di più Lega”: “Penso che davanti a noi si stia aprendo una grossa prateria di consenso.”
Chiedo al segretario di Alzano Lombardo cosa pensa degli sbarchi di questi giorni sulle coste siciliane. Risposta: “Io sono per una legge sullo sbarco, per un inasprimento addirittura della legge Bossi-Fini. Per me chi entra nel suolo italiano senza permesso è un clandestino, quindi compie un reato e andrebbe rispedito a casa sua.”
Nella conversazione sull’immigrazione s’inserisce Roberto Pedretti, ex consigliere regionale della Lombardia coinvolto nell’inchiesta sui rimborsi della Regione Lombardia e recentementeindagato per stalking nei confronti dell’ex moglie. “Io mi rifaccio al libro La rabbia e l’orgoglio della Fallaci,” dice Pedretti. “Diventeremo l’Eurabia. È un’invasione, sono le crociate al contrario fatte perché loro vengano e producano figli.” Il leghista continua prendendosela con i magistrati che “mettono fuori dal carcere” gli immigrati e mi chiede: “Ti sembra una cosa normale? Siamo in un paese civile o in un paese delle banane? Siamo nel Burundi o cosa? Cioè noi dobbiamo rispettare uno Stato o una Nazione?”
Pedretti termina il suo discorso sostenendo di non sentirsi per nulla italiano, di non riconoscersi nella bandiera italiana—“che anzi brucerei tutti i giorni”—e di essere un “secessionista convinto.” Prima di congedarsi mi espone la sua soluzione finale per la Sicilia: “andrebbe colonizzata dai romagnoli.”

Roberto Pedretti mentre controlla il sito di VICE: “Io di ‘Vais’ conosco solo la birra.”
Sono le nove passate e finalmente sta per iniziare il comizio del Capo. I leghisti sciamano nel tendone più piccolo e occupano diligentemente le prime file.
Mi avvicino a un militante munito di bastone e camicia verde con dicitura “GAPP”, ossia Gruppo Autonomo Protezione Padana (una specie di servizio d’ordine per le feste del partito). Si chiama Lorenzo, è tesserato della Lega “da sempre” e ha un raffinatissimo tatuaggio sul braccio sinistro.
Lorenzo non ha dubbi: “L’idea della Lega è formidabile, inattaccabile. Ci vuole l’indipendenza della Padania.” Quindi crede ancora nella secessione? “Certo, senza dubbi.” Insomma, la Lega prima o poi ce la farà a realizzare il suo sogno. “Certo! Allora, io non so se è giusta un’informazione che ho avuto, ma Bruxelles lì, l’Unione Europea, ha detto che l’unica che può risollevare l’Italia è la Lega.”
Notando il mio disorientamento di fronte a questa “informazione”, Lorenzo specifica che “la Lega non è morta e non morirà mai.” Annuisco. Siccome tra poco parlerà Calderoli, chiedo a Lorenzo un giudizio personale sulla ministra Cécile Kyenge: “Non accetto che una persona che viene da un altro continente viene qua a comandare a casa nostra.” Neanche se è cittadina italiana? “Persona. Nata. In. Un. Altro Continente. Ho parlato così. Questione chiusa.”
Dietro di me Umberto Bossi è salito sul palco, accompagnato da un sorridente Roberto Calderoli (che a giudicare dal colorito sul volto deve aver passato l’estate in un microonde in mezzo a un deserto) e Daniele Belotti, segretario della Lega Nord di Bergamo e tifoso sfegatato dell’Atalanta, recentemente finito sotto indagine proprio per la vicinanza agli ultras atalantini.
L’accoglienza è calorosa, ma non estatica. Bossi appare stanco, e il comizio è piuttosto noioso. Il leader leghista tocca diversi temi, e si sofferma più volte sui vecchi cavalli di battaglia. Sull’immigrazione, ad esempio, Bossi afferma che “la Bossi-Fini è l’unico baluardo contro l’immigrazione” e che il vero razzismo “è quello di chi vuole invadere i paesi degli altri.” Non può mancare l’invito—scandito dagli applausi—rivolto alla ministra dell’Integrazione: “Kyenge, torna a casa tua!”
È il turno della classica Roma Ladrona, slogan talmente imbolsito da aver perso ormai ogni significato. Bossi racconta che qualche tempo fa il sindaco di Roma gli aveva chiesto aiuto per trovare i soldi necessari al restauro del Colosseo. “Ho rifiutato perché io sono lombardo e lì ci sono morti cento milioni di lombardi,” si scalda Bossi. “Se mi dici di trovare i soldi per buttarlo giù, magari...”
Il comizio di Bossi si chiude in tono minore, con una punta di mestizia. “La verità è che noi non controlliamo il nostro destino. Però non abbiamo perso la speranza. Ci sono degli errori ma alla fine si troverà la forza e la compattezza per dare il colpo alla canaglia centralista.” Dalla platea si alza qualche voce isolata—“Secessione!”; “Lotta dura senza paura!”—ma la reazione degli altri leghisti è tiepida, per non dire inesistente. Bossi grida “Padania libera” un paio di volte, ma è un grido stremato, sfibrato e sbiadito.
Subito dopo Calderoli si avvicina al microfono per parlare. Bossi prima gli tira un pugno affettuoso, poi si accascia su una sedia vicino al palco, succhiando il sigaro con lo sguardo perso nel vuoto.
“Sono 24 anni che vengo alla Bèrghem Fest,” esordisce Calderoli, che per la prima parte del suo comizio si lascia trascinare dai ricordi dei bei tempi andati, delle prime battaglie leghiste e delle sue pendenze giudiziarie (“Io non so che periodo della mia vita non ho avuto un’indagine in corso”). Il senatore ripercorre la svolta secessionista della Lega del 1996 e parla di presunti complotti dei servizi segreti per mettere armi nelle macchine dei dirigenti leghisti e incastrarli.
Non può mancare il riferimento alle polemiche sorte in seguito “alla questione dell’orango”, ossial’arguto epiteto rivolto alla Kyenge. Calderoli fa un po’ la vittima per le critiche ricevute, poi dice di riuscire a incazzarsi ancora “per gli sbarchi” e attacca con la solita tiritera sul fatto che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani. Infine, sempre rimanendo sull’immigrazione, Calderoli spiega tra gli applausi che le addizionali Irpef e i ticket sanitari servono a pagare gli immigrati che usufruiscono di questi servizi e “non pagano un euro.”
Calderoli conclude la sua orazione delineando gli scenari futuri della Lega: “Quando vedo le divisioni nel movimento, m’incazzo. Volevamo fare la rivoluzione, ma è bastato il vento dello scandalo a far saltare tutto all’aria.” Per quanto riguarda possibili alleanze in caso di caduta del Governo Letta, Calderoli pone la seguente condizione: “Sei tu disponibile a darci l’indipendenza della Padania? Questa è l’unica strada percorribile. In caso contrario, l’unica altra strada è tornare al ‘96.” E ora che il momento storico è difficile, “forse i coglioni per fare veramente la rivoluzione questa volta ce l’abbiamo.” Applausi.
Sono le 11 passate. Bossi, circondato dai militanti, si siede in un tavolo in mezzo al tendone principale e gioca a braccio di ferro con loro.
Nonostante gli scandali e le lacerazioni interne, i leghisti sembrano felici. Come ha scritto l’antropologa Lynda Dematteo nell’ottimo saggio L’idiota in politica, “tra il fervore di un militante e quello di un tifoso, a prima vista, non c’è alcuna differenza. La Lega è per lo più un luogo di socialità, forse nient’altro che questo. Sono felici di stare insieme, tra leghisti, felici di essere riconosciuti, se non altro per la loro appartenenza politica.”
Un militante ci passa accanto. Gli chiediamo cosa mangia di solito Bossi. “Mangia la libertà, a camionate!”, esclama il militante. E che sapore ha la libertà: “Ha sapore di Lombardia.” Ci allontaniamo dal tavolo di Bossi e notiamo che il militante, che sembra parecchio esagitato, ci segue dandoci dei “comunistelli da strapazzo” perché non siamo troppo interessati a intervistarlo. 
Mentre stiamo per conquistare l’uscita, il militante ci saluta con un ghigno ed espone la sua visione del mondo: “Non ne possiamo più di gente che viene da Napoli e Palermo! Ne abbiamo piene le palle. Anche i carabinieri ci hanno rotto i coglioni! Questo è un regime da demolire.”
Ci allontaniamo in fretta. Fuori ha smesso di piovere. Rovisto nervosamente nelle tasche alla ricerca delle chiavi della macchina, osservato a vista dall’enorme Alberto da Giussano.
Se la Bèrghem Fest è una rappresentazione fedele della Lega Nord nel 2013, allora il partito è ridotto parecchio male. Non so se sia finito, o se—come ipotizza l’ex leghista e teorico indipendentista Gilberto Oneto—“finirà tutto in vacca ma nel modo peggiore, all’italiana, senza la dignità allucinata di un Götterdämmerung. In effetti, la fine della Lega (ma non delle spinte autonomiste: quelle sopravvivranno alla Lega Nord) me lo sono sempre immaginata simile alla caduta scomposta di un ubriaco in un’osteria.
Il problema è che quell’osteria è l’Italia intera, e l’ubriaco non solo ha urlato a squarciagola oscenità xenofobe ed estremiste per vent’anni di fila, ma ha fatto di tutto per scassare l’unità nazionale ed è riuscito a scaraventare intere generazioni in un vortice di fanatismo, irrazionalità e paura da cui uscire sarà più difficile di quanto possa sembrare.

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