la donna sfiorita da una vita precaria

la donna sfiorita da una vita precaria

La donna, sfiorita da una vita precaria, dipinta molto e male, entra in una latteria della Via Tuscolana. Il belletto, sulla sua faccia impastata di sonno, la fa sembrare un Pierrot bastonato. Ha la capigliatura lustra nel lato frontale, dietro arricciata ed opaca come una barba assira. Fa la signora. Solleva il bavero del soprabito verso il viso, con un moto di povera civetteria, sapendo che gli occhi sono la sua bellezza. Pensa ad alta voce, per attirare l’attenzione mia e di Fellini, capitati là per caso, in quel quartiere periferico ancora sconvolto dalle nuove costruzioni. Dice, pensosa, a se stessa: “Quasi quasi prendo una brioche.” E la prende. Entrano quattro manovali, sbracati, sedendosi come reclute: li guarda, severa, facendo palpitare le narici, inarcando le sopracciglia, ma i manovali non si accorgono di lei. […] Ci accorgiamo che tiene al guinzaglio un cane spelato e grigio, che sembra un cane vestito da topo. Improvvisamente lo vezzeggia: “Qui, tesoro, qui”. Gli dà un pezzo di brioche. Io e Fellini prendiamo il pretesto del cane per attaccare discorso. La donna sorride, si anima parlando del cane, ne racconta i capricci, ne descrive il carattere indomabile. Parla senza accento, ma sdoppiando le consonanti, con uno sforzo di eleganza: “Sta tutto il giorno a bisticciare coi sassi”. Ripete più volte “bisticciare”: è una parola che la distacca da tutti gli altri clienti della latteria, che al suo posto direbbero: “Sta sempre a sfotte li sassi”. Bisticciare, invece, è distinto anche se scorretto. E solo noi possiamo apprezzarlo. Rianimata dal successo, si fa vezzosa e ardita anche col proprietario, parla volubilmente, ride, sempre lanciandoci occhiate di controllo. Infine se ne va. Un saluto di complicità a noi, un ultimo richiamo al cane, che sta leccando la segatura del pavimento ed esce inciampando sulla soglia: ma si riprende a tempo e si allontana molleggiando come una bambina, mentre io e Fellini, loscamente, ridiamo. Più tardi il pensarci ci rattrista, facciamo varie ipotesi: chi sarà, come è arrivata a quel punto, come vive. E quella sua incrollabile sicurezza! È una sicurezza che la allontana dalla pazzia e dal suicidio o, forse, più semplicemente, la difende dalla solitudine. In queste donne la solitudine si ammanta di orpelli e di continui vani richiami, come quelle zattere che, andando alla deriva, inalberano le camicie dei naufraghi e sembrano, agli uccelli di mare, persino festose.

Ennio Flaiano

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