la deriva signorile

la deriva signorile

Stralci di “L’enigma della crescita”, l’ultimo libro di Luca Ricolfi che esce in questi giorni nelle librerie per Mondadori. Ricolfi è un sociologo, docente all’Università di Torino ed editorialista della Stampa.

È qui, quando ci si interroga sul futuro dei paesi arrivati, che diventa importante la diagnosi sulla malattia che affligge tante economie avanzate. La crisi del 2007-2013 è davvero il segno di un fallimento del mercato, come pensano i critici del capitalismo? E la stagnazione che pare attenderci è davvero la logica conseguenza di un esaurimento del progresso tecnico, come sembrano suggerire le analisi storiche dell’economista Robert Gordon? Sono domande cui non si può rispondere in poche righe, e forse neppure in tante. Quel che mi sento di dire, tuttavia, è che la nostra ricostruzione dell’equazione della crescita suggerisce una diagnosi un po’ diversa dalle precedenti. La tesi del fallimento del mercato, che vede l’origine della crisi nell’esplosione delle diseguaglianze e nello strapotere della finanza, non sembra fare adeguatamente i conti con due dati di fatto.

Primo. Negli ultimi decenni la diseguaglianza è indubbiamente aumentata all’interno di diverse economie avanzate, e segnatamente negli Stati Uniti, ma in altre è diminuita, per esempio in Francia, Spagna, e Turchia, giusto per menzionare alcuni grandi paesi europei. Se consideriamo il complesso dei paesi Ocse per cui sono disponibili serie storiche sufficientemente lunghe e affidabili, il saldo resta incerto, specie se consideriamo la diseguaglianza complessiva (misurata dall’indice di Gini) e non solo, come da qualche tempo è diventato di moda, la quota di reddito nazionale di cui si appropria l’1 per cento più ricco della popolazione. Una misura, quest’ultima, che descrive un aspetto parziale del fenomeno – la formazione di un ceto di super-ricchi – ma che in diverse società avanzate è controbilanciato da tendenze che vanno nella direzione opposta (non si spiegherebbe, altrimenti, la costanza o addirittura la diminuzione dell’indice di Gini che si osserva in parecchi paesi).

Secondo. I mercati finanziari hanno indubbiamente colpito l’economia mondiale nel suo insieme, se non altro perché la globalizzazione ha reso fortemente interdipendenti le economie di tutto il mondo, ma dopo la grande recessione del 2008-2009 a soffrire per le intemperanze dei mercati finanziari sono stati i medesimi paesi – Irlanda più i 4 Pigs mediterranei – che proprio sulla generosità (o sulla miopia?) dei mercati finanziari, avevano fondato la loro crescita dagli anni Novanta in poi. La corsa di Irlanda e Spagna è stata finanziata con i bassi tassi di interesse sul mercato immobiliare, quella della Grecia, del Portogallo e dell’Italia con i tassi di interesse “tedeschi” sui titolo di stato. Forse, se un rimprovero si può rivolgere ai mercati finanziari non è quello di avere fermato la crescita drogata di alcune economie periferiche ma, semmai, è quello di essersi fidati troppo a lungo di paesi che stavano crescendo sul debito.

(…) La teoria del rallentamento del progresso tecnico sembra ignorare che gli aumenti del pil per abitante non dipendono solo dalle tecnologie adottate, ma anche – se non soprattutto – dalla spinta (si può dire così?) che gli abitanti di un paese intendono imprimere alle loro vite. È innanzitutto tale spinta che è venuta a mancare nei paesi ricchi, più o meno vicini alla frontiera tecnologica.
Negli ultimi trent’anni, con la globalizzazione dei mercati e delle comunicazioni, il mondo è molto cambiato, e il cambiamento ha profondamente inciso sui paesi ricchi. Ne ha modificato le economie, ma anche la cultura, la mentalità, i costumi.

Nei paesi arrivati, o paesi Weird, il benessere di base delle famiglie, fatto di alti redditi e cospicui patrimoni accumulati lungo le generazioni, è oggi così ampio che consente un’attitudine verso lo studio, il lavoro e il guadagno del tutto diversa dal passato, e comunque diversa da quella dei paesi inseguitori. Nessuna società ha ancora risolutamente imboccato la strada immaginata da Keynes, quella di una drastica riduzione del tempo di lavoro a favore del tempo libero, ma qualcosa sta già andando, anzi è già andato, in quella direzione. Se, per esempio, anziché l’orario di lavoro in una giornata-tipo (tuttora di circa 8 ore) consideriamo il quantum di lavoro erogato dal cittadino medio nell’arco della sua vita, non possiamo non notare che la quota di tempo dedicata al lavoro si è enormemente ridotta. Oggi molti giovani iniziano a lavorare dopo i 30 anni, mentre diversi sistemi pensionistici consentono (o consentivano fino a pochi anni fa), un ritiro dal lavoro intorno ai 60 anni, a fronte di una speranza di vita cresciuta in modo spettacolare dai tempi di Keynes. Fatta 100 la durata della vita espressa in ore di veglia (dalle 8 alle 24), nel giro di un secolo il tempo di lavoro medio della popolazione è approssimativamente passato dal 35 per cento al 20 per cento, sostanzialmente in linea con le previsioni di Keynes, che immaginava un dimezzamento del tempo di lavoro entro il 2030. L’errore di Keynes, di cui parlano Robert e Edward Skidelsky nel già citato “How Much is Enough?”, non è stato di aver previsto un aumento del tempo libero che poi non si è verificato, ma di non aver capito che tale tempo libero addizionale non si sarebbe materializzato come riduzione dell’orario di lavoro, bensì come aumento degli anni in cui non si lavora, o perché si studia o perché si è andati precocemente in pensione o perché si vive più lungo che in passato: è l’espansione dello stato sociale (più anni senza lavorare), non la contrattazione sindacale (orari di lavoro più corti), il fattore decisivo che ha inverato la profezia di Keynes.

Ci sarebbe da chiedersi, anzi, se una parte delle società avanzate non stiano silenziosamente acquistando tratti neofeudali o, se preferite, tratti tipici delle “società signorili”, nettamente divise in una minoranza di privilegiati esenti dal lavoro manuale (signori, guerrieri, sacerdoti), e in una maggioranza di sudditi condannati a lavorare tutta la vita.

Pensiamo, per fare un esempio, ai giovani dei ricchi paesi del Nord, o anche a quelli di paesi mediterranei come l’Italia e la Spagna. Una pubblicistica piuttosto ripetitiva e impregnata di luoghi comuni li dipinge da anni come una generazione perduta, un esercito di disoccupati senza futuro e senza speranza. Ed effettivamente il lavoro non si trova. Ma c’è anche un altro modo di descrivere le cose. Nelle società arrivate, la maggior parte dei giovani usufruiscono, per la prima volta nella storia, di un triplice privilegio. Innanzitutto, sono liberi di studiare poco e male, dedicando le loro migliori energie al divertimento e alle relazioni sociali, l’esatto contrario di ciò che capita ai loro coetanei cinesi, vividamente descritti nel libro-denuncia (Battle Hymn of the Tiger Mother) di Amy Chua, la “mamma tigre” che ha provato a impartire un’educazione cinese a due figlie cresciute negli Stati Uniti.
In secondo luogo, possono prolungare indefinitamente il periodo degli studi, ritardando così l’ingresso nel mercato del lavoro, in alcune società anche ben oltre i 30 anni.

Infine, una volta entrati sul mercato del lavoro, possono ritardare di anni e anni l’inizio di una vera carriera lavorativa. Essi non cercano un lavoro qualsiasi, ma un lavoro che sia all’altezza delle loro aspirazioni, o delle competenze che ritengono di aver acquisito negli anni dello studio. Detto in altre parole, possono esercitare il privilegio dell’attesa, che in ogni ambito del mercato è un segno di forza del venditore: chi può attendere il compratore giusto, sia esso l’acquirente di un immobile o il datore di lavoro, si colloca per ciò stesso in una posizione di forza. Una forza che, ai giovani, deriva dai patrimoni delle famiglie e dalla disponibilità dei genitori ad accompagnarne l’ingresso nel mercato del lavoro. In questo senso la disoccupazione giovanile esiste, ma non è disoccupazione classica. Una parte considerevole di essa è disoccupazione volontaria, nel senso che la teoria economica attribuisce a questa espressione. Il disoccupato volontario è “disoccupato” perché cerca più o meno attivamente un lavoro, ma è “volontario” perché può scegliere di non accettare alcune offerte di lavoro, quelle meno coerenti con le proprie aspirazioni. Di fronte alle offerte di lavoro che percepisce come inadeguate, o insoddisfacenti, si può permettere il lusso di rifiutarle e aspettare.

Ma tali offerte esistono. Come fa la società a coprire i posti di lavoro che non interessano ai giovani, specie quelli del ceto medio o dei ceti più elevati?

È qui che interviene il concetto di “società signorile”. I posti di lavoro peggiori, o semplicemente non gratificanti, esistono in tutte le società moderne. Nessuna società può fare a meno di operai edili, facchini, fattorini, lavapiatti, camerieri, baristi, cuochi, idraulici, elettricisti, spazzini, domestici, badanti per gli anziani, solo per fare qualche esempio. Questo strato della piramide delle professioni, a seconda di come lo si definisce e a seconda del tipo di società, può assorbire fra il 20 e il 40 per cento della forza lavoro, e richiede un continuo ricambio. Ossia crea di continuo nuove occasioni di lavoro. Chi va a occupare queste posizioni, che alla maggior parte dei giovani (e anche degli adulti) di oggi non interessano?

È ovvio: gli immigrati. Nelle società arrivate i posti di lavoro peggiori sono riservati in massima parte agli immigrati, che sono ben contenti di occuparli perché per loro, anche quando sono pagati poco o vengono assunti in nero, i relativi redditi, e spesso anche le condizioni di vita associate a quei posti, costituiscono comunque un grande progresso rispetto alla loro condizione di partenza. È così che le nostre società assumono tratti neoschiavistici, in singolare contrasto con la retorica buonista e politicamente corretta che informa ogni discorso pubblico sulla popolazione immigrata. Al vertice della piramide sociale un’élite che lavora poco, o fa lavori altamente gratificanti, e manda i propri figli in giro per il mondo a studiare, come i rampolli della nobiltà europea nei secoli passati. Alla base della piramide un esercito di immigrati, che svolge tutti i lavori che né l’élite né il ceto medio sono disposti a svolgere, ma per lo più non gode del diritto di voto, e in questo ricorda la condizione degli schiavi nell’antica Grecia, sul cui lavoro poggiava la “democrazia degli antichi”.

Non è tutto, però. In alcune fra le società avanzate la deriva signorile si manifesta nella loro vocazione consumistica. Se molte di esse non crescono, o crescono poco, non è solo perché la spinta all’automiglioramento e all’avanzamento sociale, che negli anni Cinquanta e Sessanta coinvolgeva la maggior parte dei cittadini, ora sopravvive solo nella minoranza immigrata, ma perché la globalizzazione sta rendendo molte delle società mature sempre più parassitarie, sistemi sociali che producono sempre di meno e consumano sempre di più, sia nella forma classica dell’acquisto di beni e servizi sul mercato, sia nella forma moderna di una partecipazione sempre più ampia ai benefici del welfare, dalla scuola alla sanità, dalle assicurazioni sociali al reddito di cittadinanza. Per non parlare di quella forma specialissima di consumo opulento che consiste nell’estensione del tempo dedicato ad attività piacevoli, gratificanti o capaci di conferire prestigio, un fenomeno che Thorstein Veblen aveva già descritto alla fine dell’Ottocento ne “La teoria della classe agiata”, e al quale aveva riservato un nome speciale (conspicuous leisure) per distinguerlo dal più scontato fenomeno del consumo ostentatorio di beni e servizi (conspicuous consumption).

Nella nuova divisione internazionale del lavoro, la produzione di merci e i corrispondenti posti di lavoro stanno migrando sempre di più verso i paesi emergenti. Simmetricamente, le economie avanzate si stanno specializzando nella produzione di servizi, e preferiscono importare dall’estero molti beni che, ove venissero prodotti in casa, avrebbero un prezzo troppo elevato. Un trend aggravato dal fatto che molti dei servizi che circolano nelle nostre società opulente fino a ieri si pagavano, e quindi avevano dietro di sé posti di lavoro retribuiti e produttori in carne e ossa, mentre oggi circolano gratuitamente sulla rete e quindi hanno perso ogni capacità di sostenere l’occupazione e i redditi. A beneficio, ancora una volta, del mondo del consumo, e a detrimento di quello della produzione, o quantomeno della produzione per il mercato.

Ecco perché dicevo che il volto di molte società avanzate (non tutte, però: un’importante eccezione è la Germania, e in parte l’Austria) sta diventando quello di una società signorile, o neofeudale. Se non suonasse come un ossimoro, la si potrebbe chiamare una società signorile di massa. Una società in cui un vasto ceto medio si è abituato a standard di vita che è sempre meno in grado di mantenere, perché la produzione – specie quella vera, fatta di cose che si toccano – è migrata al di fuori dei propri confini fisici e sociali. Fuori dei confini fisici, in quanto molto di quello che si produce oggi nel mondo non viene più prodotto entro le società più ricche, ma importato dalle economie emergenti. Fuori dei confini sociali, in quanto buona parte dei beni e servizi la cui produzione costa più fatica, o semplicemente dà meno soddisfazioni, è ormai delegata alla popolazione straniera, ospite più o meno tollerato delle società arrivate. E forse, per certi versi, anche fuori dei confini giurisdizionali, visto che una fetta sempre meno trascurabile del nostro consumo è fatta di beni e servizi immateriali, che circolano gratuitamente, o a prezzi irrisori, in quel luogo virtuale o non-luogo sottratto alle leggi che è Internet.

Può sembrare che tutto questo non faccia che confermare le profezie più pessimistiche sul “tramonto dell’Occidente”, come quella di Spengler, o sulla “crisi della civiltà”, come quella di Huizinga, per il quale la civiltà coincideva con quella occidentale, se non con quella europea. Molto, però, dipende dall’angolo da cui si guardano le cose. Visto da un inglese, il passaggio avvenuto nei primi anni del Novecento da un mondo a guida britannica a un mondo a guida americana può essere apparso come un declino della civiltà. Così oggi, visto da un americano, il passaggio del testimone della crescita dagli Stati Uniti alla Cina e all’India può apparire anch’esso come un segno di crisi, di esaurimento di una civiltà. Eppure in entrambi i casi i valori e i modelli di vita che vincono, e si diffondono da un angolo all’altro del pianeta, restano quelli del mondo occidentale. Più che declinare, la civiltà occidentale pare spostarsi, o cambiare dimora. All’inizio del XX secolo ha attraversato l’Atlantico per installarsi negli Stati Uniti; 100 anni dopo, all’inizio del XXI secolo, sembra proseguire il suo viaggio verso ovest questa volta attraversando il Pacifico, per installarsi in Cina e in India. Quella che a noi pare una drammatica crisi della civiltà forse è solo, o prevalentemente, una sorta di migrazione, uno “spostamento” di civiltà.
Il problema è che, quando la civiltà li abbandona, i luoghi in cui ha prosperato cambiano natura. Più che ospitare il melanconico declino della civiltà, tendono a diventare altro da sé. Alcune fra le nostre società avanzate, non necessariamente le più ricche (emblematico il caso dei paesi mediterranei), tendono ad assumere alcuni dei tratti tipici delle società signorili. Si può descrivere tutto ciò come la progressiva affermazione della cultura dei diritti, una sorta di neoumanismo planetario che mira a generalizzare lo status di signore, oppure osservare malinconicamente il declino della cultura della responsabilità e il lento passaggio dall’era della “mente liberal” a quella della “mente servile”, per riprendere l’efficace formula di Kenneth Minogue. Resta il fatto che la deriva signorile è una tendenza reale, un processo che sta cambiando alle radici la nostra civiltà. Possiamo compiacercene o dolercene, idealizzare il passato o lodare il presente, ma forse è giunto il tempo di prenderne atto.

di Luca Ricolfi © – FOGLIO QUOTIDIANO

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