L'aria che tira nell'attico vegano a milano

L'aria che tira nell'attico vegano a milano

Sono seduta alla scrivania, pensando a mettere per iscritto gli eventi di oggi. inizio, mi fermo, riparto, tentenno.non so se ne sono capace, non so se ho la forza.

Ma vale la pena tentare.

Verso le 15.30 stavo testando bevande detox quando, come un trillo demoniaco, squilla il telefono.

So già che non sono buone notizie, la linea fissa, retaggio di un'altra epoca, un'epoca in cui i telefoni a disco erano testimoni di quotidiani abusi perpetrati da padri su figlie, da mariti su mogli, da bmx su grazielle, un'epoca di patriarcato.

Sollevo la cornetta, tremante, ma nella voce cerco di riversare tutta la mia forza, non mi piegherete penso tra me e me.

"Pronto" dico.

"Pronto Siniora" Un accento che individuo come sudamericano. L'aroma di caffè mi invade le orecchie ed il suono del flauto di Pan risuona nelle mie cavità nasali.

"Sono Gaetano di Servissio Gas e Lucce"

"Io mi chiamo Violetta, faccio la scrittrice" cerco di stabilire un contatto. Mi immagino questo uomo, rimasto ragazzo nell'anima, costretto dalla nostra società a rinunciare alla propria identità, fingere un nome italiano perché non accettiamo le diversità, per poi tornare a casa, indossare il suo poncho e piangere, immaginando che il Corviale possano essere le Ande e tutti quegli anonimi labrador color crema essere dei lama.

"Piacere Siniora, la chiamo perché offriamo un adeguamento di tariffe secondo normative uroppee"

"Posso chiamarti Pedro?" La domanda lo spiazza. Ora lui sa che sono dalla sua parte. Un silenzio irreale di qualche secondo che potrebbe essere un secolo.

"Ho visto anche tutti i film di Claudia Llosa" Lo sento balbettare. Forza Pedro, penso, io ti rispetto.

"Conosci la storia di Spartaco, Pedro?"

"Siniora, le tariffe sono agevolate" Sento disperazione nella sua voce. Vorrebbe scappare, scappare da quegli aguzzini cui è costretto a fare rapporto, a piegare la testa davanti all'uomo bianco e cattolico, come secoli fa gli Aztechi davanti a Cortès.

"Leggi Jared Diamond, Pedro! Leggilo! Non farti calpestare, non lo fare mai Pedro! Non abbandonare quello che sei!"

"Riatacco Siniora" Evidentemente un ordine giunto da chissà dove, la sua voce indica paura, non mi stupirei fossero coinvolte percosse.

Riaggancio, tremante, sudata, febbricitante. Guardo la finestra, con coraggio. Ancora nessun mirino laser punta al mio corpo. Forse, domani, mi sveglierò.

Mi volto, guardo il mio Spatifilio. Due foglie sono ingiallite, irrimediabilmente.

Mi siedo nella doccia, rannicchiata in posizione fetale, e mi libero, con un pianto a dirotto. Mi piegate, ma non mi spezzerete.

Scendo a portare fuori la spazzatura, vedo un signore milanese da generazioni, vestito di boria e calzante arroganza, gettare un mozzicone di sigaretta per terra.

Lo fisso, penso a Pedro con il suo poncho ed il flauto di Pan, a tutti i signori milanesi perbene che non appena lo vedranno gli tireranno sigarette accese addosso, per poi aizzargli contro i filippini in livrea col loro kung fu, i filippini sono asiatici e gli asiatici sono bravi con le arti marziali. Penso a tutto questo e piango.

Milano non è più una città accogliente, è una città insofferente, impegnata in apericene in cui nemmeno ti danno le posate, no, gli stuzzicadenti ci mettono.

Diletta Vellocchio

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