intervista a cioran

intervista a cioran
Senta Cioran, il quesito sul senso della vita è proprio assolutamente da evitare?

Questo quesito mi ha sempre tormentato, ma non ho trovato nessuna risposta. Dopo aver letto e riflettuto parecchio, sono giunto alla stessa conclusione del contadino danubiano o degli analfabeti della preistoria: non c’è risposta. Bisogna rassegnarsi e prendere la vita come viene.

La consapevolezza di essere incompresi e di dovere rimanere tali non ha anche qualcosa di incoraggiante, come dimostrano i ripetuti sforzi per spiegarsi, e non si potrebbe dedurne un incrollabile interesse per il senso della vita?

Sono un po’ influenzato dal taoismo, secondo il quale bisogna imitare l’acqua; non fare alcuno sforzo, e considerare la vita con calma. Ma per indole io sono tutto l’opposto di questo. Un po’ isterico, una specie di epilettico mancato, nel senso che non ho avuto la fortuna di essere epilettico. Se avessi avuto una vera e propria malattia, sarebbe stata per me una liberazione. Invece, non avendo trovato uno sfogo fuori di me, sono stato costretto a vivere in una continua lacerazione interiore, e in una grande tensione, contraria alla mia visione della vita. Sebbene io abbia della vita una concezione tetra, ho sempre nutrito un grande amore per l’esistenza, un amore talmente grande da convertirsi in negazione della vita, perché non possedevo i mezzi per soddisfare la mia voglia di vivere. Quindi non sono tanto un uomo deluso quanto piuttosto uno sfibrato interiormente dai troppi sforzi. La passività era un ideale per me inaccessibile. Mi è stato chiesto perché non optassi per il suicidio. Ma per me il suicidio non è qualcosa di negativo. Anzi. L’idea che esista il suicidio mi ha consentito di sopportare la vita e di sentirmi libero. Non sono vissuto da schiavo bensì da uomo libero.
Il bello del suicidio sta nel fatto che è una decisione. In fondo è molto lusinghiero potersi sopprimere. Il suicidio in sé è un atto straordinario. Rilke parla della morte che portiamo dentro di noi, ma dentro di noi portiamo anche il suicidio. Come dicevo prima, il pensiero del suicidio è un pensiero che mi aiuta a vivere. Questa è la mia teoria. Chiedo scusa se mi cito, ma credo di doverlo fare. Ho affermato più volte che senza l’idea del suicidio mi sarei ammazzato subito. Che cosa volevo dire con questo? Che la vita è sopportabile soltanto all’idea di poterla lasciare quando si vuole. La vita è a nostra discrezione. Questo pensiero, anziché essere devitalizzante, deprimente, è un pensiero esaltante. In fondo noi veniamo gettati nell’universo, e non si sa proprio perché; non vi è alcuna ragione di essere qui. Ma l’idea di avere in pugno la nostra vita, di poter abbandonare lo spettacolo quando vogliamo, è un’idea esaltante. Uno dei motivi per cui ho sempre avuto un atteggiamento anticristiano è che il cristianesimo ha osteggiato il suicidio, mentre il suicidio è il sostegno dell’uomo. È una delle sue grandi idee. Ora, per duemila anni si è impedito all’uomo di uccidersi, di avere l’idea di uccidersi. Lei sa che, sotto la monarchia, quando uno si suicidava i suoi beni venivano donati alle dame di Corte. Lo si legge in Saint-Simon, in Dangeau: il Re ha donato alla contessa Taldeitali i beni del Taldeitali perché si è suicidato. Secondo me la vita sarebbe davvero insopportabile senza il suicidio. Non occorre suicidarsi. Occorre sapere che lo si può fare. L’idea è esaltante. Ti permette di sopportare qualsiasi cosa. È uno dei grandi vantaggi che siano mai stati dati all’uomo. Non è complicato. Io non sono per il suicidio, sono soltanto per l’utilità di questa idea. Persino nelle scuole dovrebbero dire agli allievi: “Sentite, non disperatevi, tanto potete uccidervi quando volete”. Ma È proprio vero. Non per questo la gente si ammazzerà, né aumenteranno i suicidi. Io sono per una sorta di riabilitazione di questo pensiero. Sono certo che l’uomo ne abbia bisogno. Quando si riflette veramente sul perché si venga gettati quaggiù, non se ne capisce la ragione. In generale, ciò che facciamo è privo di interesse. Perché? Quando si sa ciò che il futuro riserva agli uomini… L’idea di essere padroni di sé, che basti uccidersi… E tutto è risolto.

Cioran, lei ha parlato spesso della noia. Che ruolo ha avuto la noia, il disgusto, nella sua vita?

Posso dire che la mia vita è stata dominata dall’esperienza della noia. Un sentimento che conosco sin dall’infanzia. Non è la noia che si può combattere con le distrazioni, le conversazioni o i piaceri, è una noia che si potrebbe definire fondamentale; e che consiste in questo: più o meno bruscamente, a casa propria o in casa d’altri, o davanti ad un bellissimo paesaggio, tutto si svuota di contenuto o di senso. Il vuoto è in noi e fuori di noi. L’interno universo è annullato. E niente più ci interessa, niente merita la nostra attenzione. Tutti conoscono la noia, ma conoscerla non significa niente. Mentre aver conosciuto uno stato di noia costante per un certo periodo della vita è una delle esperienze più terrificanti che si possano fare. La vera noia è quella continua, quella che dura mesi. Non ha nulla a che fare con la noia di mezz’ora, o di due ore, o di un pomeriggio. La noia è una vertigine, ma una vertigine tranquilla, monotona; è la rivelazione della futilità universale, è la certezza, spinta fino allo stupore o fino alla chiaroveggenza suprema, che non si può, non si deve fare niente né in questo mondo né in quell’altro, non esiste al mondo niente che possa servirci o soddisfarci. A causa di questa esperienza – non costante ma ricorrente, dato che la noia viene per accessi, ma dura molto più a lungo di una febbre – non ho mai potuto fare niente di serio nella vita. Per la verità, ho vissuto intensamente, ma senza mai potermi integrare all’esistenza. La mia marginalità non è fortuita, ma essenziale. Se Dio si annoiasse, rimarrebbe pur sempre Dio, un Dio, però, marginale. Ma lasciamo stare Dio. Da sempre il mio sogno è stato quello di essere inutile, e inutilizzabile. Ebbene, grazie alla noia ho realizzato quel sogno. Ma devo fare una precisazione: l’esperienza che ho descritto non è necessariamente deprimente, perché a volte è seguita da una esaltazione che trasforma il vuoto in un incendio, in un inferno desiderabile…

E il vuoto?

Il vuoto esteriormente assomiglia alla noia. Ma il vuoto in questo senso non è affatto un’esperienza europea. In fondo, il vuoto è orientale. È il vuoto come qualcosa di positivo. È come guarire di tutto. Si toglie qualsiasi proprietà all’essere. E anziché una sensazione di mancanza, e quindi il vuoto, si ha un senso di pienezza attraverso l’assenza. Quindi il vuoto come strumento di salvezza, per così dire. Come via, come cammino della salvezza. Viene chiamato śūnyatā, ed è quindi la vacuità. Anziché essere causa di vertigine, come per noi la noia, la vacuità è essa stessa una forma di vertigine. Una esperienza per nulla negativa. È una sorta di avvio alla liberazione. Distruggere tutto con la forza dialettica, e attraverso questa distruzione, liberare l’individuo. Niente di negativo, quindi. Significa non avere più alcun vincolo, dopo avere liquidato tutto: si è veramente distaccati, si è superiori a tutto. Si è trionfato sul mondo: non esiste più niente. Quanto a noi che siamo vissuti, che viviamo nella cultura occidentale, questa forma di pensiero estremista la chiamiamo, o l’abbiamo chiamata, nichilismo. Ma non è nichilismo, dato che lo scopo, o comunque l’esito è una sorta di estasi vuota, senza contenuto, e quindi la felicità perfetta. Per quale motivo? Per il motivo che non c’è più niente. Ecco perché ciò che per noi è negativo per gli orientali è un trionfo. È questo il lato veramente positivo delle posizioni estreme del pensiero orientale. Ciò che per noi è rovina, per loro è coronamento. (…). E qual è il suo scopo? Liberare la mente e il cuore. Quindi non è affatto una dialettica nichilista, è sbagliato chiamarla nichilista. Distrugge tutto, Nargarjuna, tutto, tutto, tutto, prende tutti i concetti della filosofia e li annienta uno dopo l’altro. E poi, irrompe una sorta di luce.

Credo che si dovrebbe accettare quello che si presenta come estraneo a noi, come l’altro, l’opposto, senza aspettarsene la minima gratificazione. Forse è in questo che consiste la saggezza; gli orientali in fondo lo sanno – e in modo particolare lo zen – quando parlano di conciliazione degli opposti. Credo che accettare le contraddizioni implichi un inizio di conoscenza.

Sa una cosa? Mi sono occupato molto di buddismo, per un certo periodo. Mi credevo buddista, ma in fondo mi sbagliavo. Alla fine ho capito che non avevo niente del buddista, e che ero prigioniero delle mie contraddizioni, dovute alla mia indole. Allora ho rinunciato a quell’orgogliosa illusione, e ho detto a me stesso che dovevo accettarmi com’ero, che non valeva la pena parlare in continuazione di distacco, visto che sono piuttosto un frenetico. Dopo aver accettato le contraddizioni ho scoperto che, anche se non si trattava di una forma di equilibrio, almeno stavo molto meglio di quando vivevo nella menzogna. La cosa terribile, quando uno pratica la filosofia orientale, è che questa gli dà una versione lusinghiera e compiaciuta di se stesso. Crediamo di essere al di là di tutto e di tutti, ma alla fine superiamo questo stadio, giungendo alla conclusione che siamo dei poveracci. Sono cambiamenti necessari, perché non è possibile crearsi un’immagine ideale di se stessi, un’immagine omogenea.

D’accordo. Ma allora, come vivere? Oggi l’esistenza è incalzata dalla precipitazione. Per noi che apparteniamo all’era della tecnica, la sfida, nel mondo delle comunicazioni, della televisione, dei mutamenti, è questa: come vivere con cose simili, quali rapporti stabilire con loro? Perché non possiamo certo evitare di ascoltare la radio, o di stare attenti a non essere investiti da una macchina; siamo dominati dalla tecnica, e ci si pone il problema del come evitare di pensare e di vivere agli ordini della logica scientifica.

Sono perfettamente d’accordo con lei.

Allora, la domanda inevitabile che si pone con urgenza è come riuscire a non trasformarci in profeti dell’Apocalisse. Voglio dire che non è il caso di cadere nel pensiero millenarista, che considera la realtà un castigo dei tempi per non si sa quali peccati commessi. Non si può rompere completamente con la tecnica. Resta l’interrogativo: come convivere con essa?

A me, per esempio, piace passeggiare, ma a Parigi non è facile. Devo prendere il treno per andare in campagna. E così divento complice della tecnica.

Sì ma il rischio va ben oltre questa complicità primaria che noi tutti condividiamo. Lo sviluppo della tecnica lascia credere che tutto sia possibile, e che di volta in volta saranno possibili sempre nuove cose qualitativamente superiori. Proprio qui sta uno dei pericoli: il fabbricare illusioni, utopie di superiorità. L’utopismo degli specialisti, il quale non è altro che il moderno sogno di dominare il mondo per mezzo di elementi tecnici.

Certo, però si tratta di un dominio assolutamente contronaturale.

Davanti a questo panorama, qual è la sua diagnosi, o in altre parole, dove cova la catastrofe?

Non si può vaticinare niente in forma compiuta. Nessuno è in grado di vedere in modo preciso, ma quello che si può dire è che l’avventura umana non può durare all’infinito. Per l’uomo la catastrofe deriva dal fatto che non può rimanere solo. Non c’è persona che possa rimanere sola con se stessa. Oggi tutti quelli che dovrebbero vivere con se stessi si affrettano ad accendere il televisore o la radio. Io credo che se un governo sopprimesse la televisione, gli uomini si ammazzerebbero gli uni con gli altri per la strada, perché il silenzio li terrorizzerebbe. In un lontano passato, le persone rimanevano molto più in contatto con se stesse, per giorni, per mesi, ma oggi non è più possibile. Perciò si può dire che la catastrofe si sia già verificata, il che significa che noi viviamo in modo catastrofico.

“Abominevole Clio” ha scritto nel suo ultimo libro in modo laconico, quasi lapidario.
Per molti anni ho disprezzato tutto ciò che si riferiva alla storia. E so per esperienza che è meglio non prestarle troppa attenzione, non soffermarvisi, perché rappresenta la massima prova di cinismo che si possa immaginare. Tutti i sogni, le filosofie, i sistemi o le ideologie si infrangono contro il grottesco dello sviluppo storico: le cose si svolgono senza pietà, in modo irreparabile; il falso, l’arbitrario, il fatale trionfano. È impossibile meditare sulla storia senza provare nei suoi confronti una sorta di orrore. Il mio orrore si è convertito in teologia, al punto tale da indurmi a credere che non si possa concepire la storia umana senza il peccato originale.

Come mai ricorre spesso alle allegorie cristiane per spiegare la storia?

Non sono credente, ma sono costretto ad ammettere l’esistenza del peccato originale come idea, perché chi l’ha avuta ha colpito nel segno. La storia dell’uomo è iniziata con una caduta. Non posso però ammettere che prima esistesse un paradiso; credo piuttosto che qualcosa si sia messo a scricchiolare quando l’uomo ha cominciato a manifestarsi, che qualcosa si sia spezzato in lui, forse quando è diventato l’uomo propriamente detto. Per molto tempo mi sono interessato alla caduta dell’Impero romano, la cui fine disperata, totale, vergognosa è un modello per tutte le civiltà. E se oggi mi interesso tanto all’Occidente, all’Occidente contemporaneo, è perché ricorda il crepuscolo delle grandi civiltà del passato.

E il progresso?

Il progresso essenzialmente non esiste. Ogni tipo di guadagno è al tempo stesso una perdita. E quindi il progresso di annulla da sé. Ogni volta che l’uomo compie un passo avanti perde qualcosa.

Potrebbe farmi un esempio?

Prenda la scienza, i farmaci, le tecniche mediche, gli strumenti per prolungare la vita. Un tempo gli uomini morivano della propria morte, era il loro destino, morivano senza cure. Oggi, grazie ai farmaci, l’uomo conduce una falsa vita, una vita prolungata artificialmente. Non vive più il suo destino.

Tornando al progresso…


…io riconosco soltanto il progresso tecnologico, e quello che apprezzo è del tutto indipendente da lui. Per quanto riguarda il destino umano, non ci si guadagna niente ad arrivare tardi. Se eliminiamo dalla storia l’idea di progresso, giungiamo alla conclusione che quello che avverrà in futuro non ha la minima importanza. Non c’è motivo di lamentarsi per essere nati troppo presto. Dobbiamo invece compiangere quelli che verranno dopo di noi. Per moltissimo tempo gli Antichi sono stati invidiati, e più tardi, soprattutto dall’Ottocento in poi, si è fatto il contrario. Ma mi sembra che in questi ultimi anni ci sia stato un cambiamento della coscienza dell’Europa.
Nessuno invidia più i giovani, perché si sa che il futuro, con o senza guerre, sarà spaventoso. Intendiamoci, la negazione del progresso ha anche un lato meschino. Mi pare inconcepibile ammettere che uno nato dopo di me avrà dei vantaggi che io non ho potuto conoscere: l’orgoglio non può tollerarlo. In definitiva, non c’è nessuna differenza tra vivere fra cinquanta o cento anni e l’essere vissuti cento anni fa.

Si direbbe che per lei la storia sia retta da meccanismi simili a quelli di qualsiasi esistenza.

Sì, la storia può essere paragonata a una vita che compare e degenera. È una questione di ritmo. Io credo che l’uomo non avrebbe dovuto compromettersi con la storia, avrebbe dovuto condurre un’esistenza straordinaria, vicina all’animalità, senza orgoglio né ambizione. Non avrebbe dovuto cedere alla tentazione prometeica perché fu Prometeo il grande incitatore. Come tutti i benefattori, mancava di pervicacia, era un ingenuo. In realtà la storia universale non è che un ripetersi di catastrofi, in attesa della catastrofe definitiva, e da questo punto di vista la visione cristiana della storia si rivela molto interessante, perché Satana svolge il ruolo di padrone del mondo, e Cristo quello di uno che non avrà alcuna influenza prima del Giudizio Universale. Cristo sarà onnipotente, ma soltanto alla fine. Questa è un’idea profonda, una visione della storia che oggi è piuttosto accettabile.

Nonostante tutto questo, l’uomo la affascina, vero? Benché lei si opponga alla sua condizione umana. O è il contrario?

Evidentemente quello che mi interessa è l’aspetto ambiguo dell’uomo,. Gli uomini mi fanno orrore, ma non sono un misantropo. Se fossi onnipotente – Dio o Diavolo -, eliminerei l’uomo. Di lui è stato detto tutto nel Genesi. Attratto da ciò che lo nega, ha optato per il rischio, ossia per la storia. Fin dall’inizio ha scelto il male, e senza quell’esilio la storia non ci sarebbe stata. Ha scelto la sua condizione tragica… No, non ammetto il Genesi come rivelazione, ma come punto di vista sul concetto di uomo. Chi ha scritto quei libri non ha fatto altro che riflettere – ne aveva il tempo -, e ha visto, nello svolgimento della storia, che cos’era l’uomo, il suo destino, e la sua condizione: l’uomo ha scelto la conoscenza, e quindi il dramma. L’avventura umana è cominciata con un difetto di modestia. Dio chiedeva all’uomo di essere umile, di starsene tranquillo nel suo angolino, di non immischiarsi di nulla. Ma l’uomo è un ficcanaso indiscreto, è questo il suo principio demoniaco, e se non si accetta tale principio non si capisce la storia. Ripeto, non credo al peccato originale in senso cristiano, ma senza quello non si può capire la storia universale. La natura umana era corrotta fin dalla nascita. No, non sto parlando da credente, ma senza questa idea mi riesce impossibile spiegare ciò che è avvenuto. Il mio atteggiamento è quello di un telolgo non credente, di un teologo ateo.

Un medico francese ha appena pubblicato un libro sull’influenza della climatologia nell’uomo. In epigrafe è citato un suo passo su questo tema.

Una delle ragioni per le quali si può negare che esista la libertà è la nostra dipendenza dal fattore meteorologico. La libertà è un’illusione, perché dipende da cose che invece non dovrebbero condizionarmi. Le mie idee mi sono sempre state dettate dai miei organi, i quali, a loro volta, soggiacciono alla dittatura del clima. Il corpo ha avuto un ruolo importantissimo nella mia vita. E con l’età la cosa si accentua. Nietzsche ha colto perfettamente il condizionamento del clima. Il mio stesso malessere, di ordine climatologico, è legato al malessere di tipo metafisico. Non dico che la meteorologia condizioni la metafisica, ma constato una certa simultaneità fra l’interrogativo metafisico e il malessere fisico.

In Squartamento lei si definisce segretario delle sue sensazioni, il che assume un’importanza particolare detto da uno scrittore. Inoltre questa constatazione postula l’unità indissolubile di corpo e spirito.

Infatti sono strettamente legati. Certo, nelle biografie di scrittori e di filosofi non se ne parla molto, perché è un argomento imbarazzante. Riconoscere questo fenomeno, per uno scrittore, significa sminuire ciò che fa, perché sarebbe come ammettere che i nostri stati d’animo e i nostri sentimenti più intimi sono alla mercè della metrologia. Schiavitù umiliante sulla quale non è il caso di insistere.

Lei ha scritto molto poco sul sesso.

Céline ha detto che l’amore è l’infinito messo alla portata di un barboncino. È la migliore definizione che io conosca. SE non avesse questo duplice aspetto, questa incompatibilità perturbatrice, bisognerebbe lasciare l’argomento ai ginecologi e agli psicoanalisti. In pieno delirio sessuale chiunque ha il diritto di paragonarsi a Dio. La cosa curiosa è che l’inevitabile delusione successiva non incida sul resto della vita è sia solo momentanea. Mi è capitato di dirmi che si può avere una visione postsessuale del mondo, visione che sarebbe disperata al massimo: la sensazione di avere investito tutto in qualcosa che non valeva la pena, lo straordinario è che si tratta di un infinito reversibile. La sessualità è una colossale impostura, una gigantesca menzogna che invariabilmente si rinnova. Senza dubbio il momento presessuale trionfa su quello postsessuale: è l’infinito inesauribile di cui parla Céline. E il desiderio è quell’assoluto momentaneo impossibile da sradicare.

Va a vedere le mostre?

Poco. Non perché non mi piaccia, ma perché si vive una volta sola, perché per tutta la vita essere aggiornati? Ma vi fu un tempo in cui lo ero. Come per i libri. Leggo molto ma non voglio essere aggiornato. Rileggo molto. Ci sono libri che ho riletto almeno cinque volte, e e rileggo gli autori che amo.

Cosa ne pensa della cultura francese, oggi?

Non posso dirle niente perché non mi tengo aggiornato.

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