il profilo dell'assassino

L'avvento di Facebook ha amplificato la sordida attività con cui si facevano le ossa un tempo i giornalisti, ovvero il raccattare foto dell'assassino o del morto fingendosi amici di vecchia data con i familiari affranti (Vittorio Zucconi nel suo vecchio libro Professione Giornalista ha raccontato gli espedienti di questa attività in cui, ovviamente, eccelleva).

Me li immagino al desk, con le ditina sudate, che scorrono il profilo dell'assassino, il lavoro,  la moglie, i figli, la collega di cui si era infatuato che faceva cake design, e che costruiscono fantasiose trame per descrivere ciò che è molto più semplice, ovvero che quell'uomo avrà avuto già dei problemi prima e adesso è definitivamente impazzito.

La vita è molto più banale di quella che si cerca di descrivere su un giornale, ma anche meno, perché i giornalisti se qualcosa è banale lo devono subito trasformare in uberbanale, e di questi esempi di emuli indegni di hannah arendt e della sua banalità del male oggi ne scorrono parecchi.

Riporto però uno dei più turpi, Fabio Poletti, su La Stampa di oggi, pag.7:

...dove il suo amico trentunenne pure lui che ha sterminato la famiglia, inzuppava i sogni nel cappuccino insieme al cornetto, parlava del niente davanti alla birretta dopo l'ufficio...

 

I fatti di cronaca nera stanno ai subumani come la pioggia ai funghi.

 

 
 

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