Il Mondo come volontà di potenza, com’è e non come rappresentazione

Ognuno è un wannabe, e Marilù Manzini lo è + di tutti:
"Io non chiedo permesso", il romanzo in cui descrive la generazione Xanax, i figli di papà, con auto fuori serie, ville con serre e piscine, vestiti firmati. La mondanità li avvolge, li esalta, li sterilizza. Sono giovani, belli e ricchi. Anestetizzati dalla noia, assordati dalla musica. I sogni infantili distrutti da un disincanto osceno. Gli psicofarmaci sono un'altra delle tante vie di fuga, come la droga e le esperienze forti. Forse siamo una generazione di fuggitivi, o forse siamo solo una generazione di persone troppo sensibili. Per ogni fuga c'è sempre un perché a monte.

Ognuno si sente diverso, unico e speciale, ognuno si sente degno di essere amato, specialmente verso sera; le ragazze sui siti si descrivono invariabilmente un po’ pazze, mentre chiunque scriva si sente invariabilmente un genio, infatti Marilù Manzini ricopia sul suo sito, sottolineando che è qualcosa che fa bene alla testa, di chi ha deciso di fare dell'Arte il suo primo respiro, il seguente brano di John Lennon:
quando avevo circa 12 anni dicevo di continuo: "Devo proprio essere un genio". Ma nessuno se ne accorgeva. Le possibilità erano due: o ero un genio o un pazzo. Siccome nessuno mi ha rinchiuso di conseguenza ero un genio, che poi è una forma di pazzia e tutti siamo un pò matti. Esiste poi davvero il genio. E che cosa significa? Che cazzo è? Io sono un genio. E se il genio non esistesse, me ne frego. Ma quando ero ragazzino, mentre scrivevo poesie e dipingevo, ci pensavo. Non sono diventato qualcuno quando iBeatles hanno sfondato, sono stato così tutta la mia vita. Il genio implica anche dolore. Le persone come me sono coscienti del proprio genio. Ho sempre pensato di esserlo: perché nessuno si era accorto di me? A scuola non si rendevano conto che ero più intelligente di chiunque altro? Allora anche gli insegnanti sono stupidi? O forse tutti avevano informazioni da trasmettermi, di cui non avevo bisogno? Non mi sono reso conto di essere un genio durante il periodo con i Beatles. Lì mi sono perso, come se fossi stato al liceo. Mi ricordo che dicevo spesso a mia zia: "Hai buttato via le mie poesie, cazzo, te ne pentirai quando sarò famoso!". Non lo'ho mai perdonata per non avermi trattato come un genio quando ero un ragazzino! Per me era ovvio! Perché non mi hanno mandato alla scuola d'arte? Perchè diavolo mi costringevano a essere uno scalzacane come loro? Sono sempre stato diverso! Perché nessuno se ne rendeva conto? Un paio d'insegnanti s'erano accorti di me e mi avevano incoraggiato a esprimermi. Ma per la gran parte del tempo cercavano ostinatamente di convincermi a diventare un dentista o un professore del cazzo! E non datemi dei voti come fossi il migliore in matematica o il numero uno in inglese, perché non lo sono mai stato. Semplicemente giudicatemi per quello che sono e per quello che esce dalla mia bocca, e per il mio lavoro:non datemi voti in classe! Mi sono appena laureato all'università del mondo dello spettacolo o come diavolo si chiama...Se avessi la capacità di essere qualcosa di diverso da quello che sono, lo farei. Non è divertente essere un artista. E' come scrivere: una tortura. Ho letto di Van Gogh o di Bethoven, di qualsiasi altro genio del cazzo. In un articolo si diceva che se un tempo ci fossero stati gli psichiatri, non avremmo avuto i meravigliosi dipinti di Gauguin. Lo so che suona sciocco, e certo preferisco essere ricco che povero e via dicendo, ma il dolore, no, il dolore preferirei non provarlo...L'ignoranza è una benedizione o qualcosa di simile.

John Lennon non era affatto un genio, come non lo era Maradona o Marylin Monroe.
John Lennon aveva la predisposizione a fare certe cose, ma il saper fare certe cose non vuol dire capire il complesso delle cose.
Proprio la stessa ignoranza che lui riteneva di non avere, lo proteggeva e lo instradava a fare solo le cose che sapeva far e non capire il complesso delle cose.
Sapere, conoscere l’inanità di ogni cosa, porta alla paralisi?


Venerdì, dicembre, durante la mia pausa pranzo di inappetente, guardavo i muratori giocare a carte.
Qualunque fascista classista letterato inappetente come Leopardi il sabato o D’Annunzio a settembre, il Candido di Voltaire, giù giù fino a Marilù Manzini o un banchiere con troppi problemi, avrebbe pensato beati muratori, che giocano a carte, come vorrei essere spensierato come loro, il cui unico pensiero è il settebello, ma io valgo di più e ho più responsabilità, io sono migliore di loro, ma loro sono felici perché l'ignoranza è una benedizione o qualcosa di simile.
Questo pensiero vale (niente) come il pensiero di John Lennon, perché visto dalla Luna ogni problema ha lo stesso peso, e i problemi di ognuno sono davvero i veri problemi di ognuno, se per il mondo non sei nessuno per qualcuno puoi essere il mondo, e la ragione per avere amori & figli è proprio essere diverso, unico e speciale, degno di essere amato, specialmente verso sera.

Perché ogni attività, dall’essere banchiere, 10 dell’Argentina o il miglior giocatore di scopone dei muratori, si compone di tre fattori:
- formazione (studi, apprendistato, esperienza);
- predisposizione (intelligenza pura e creativa, ovvero conoscere il mondo);
- applicazione (impegnarsi in quello che si fa).

Il banchiere e il muratore che cala l’asso sono le facce della stessa moneta, solo che quello che fa il banchiere ora è ripagato con più moneta, anche se poi alla fine tutto è importante ed inutile allo stesso modo.
Di fronte all’inanità del tutto, di fronte all’assenza di peso che ha ogni cosa vista dalla Luna, ha senso fare le cose perché questa è la nostra natura, perché se l’universo non è stato fatto a nostra misura, ma tutto tende a qualcos’altro come l’universo si espande e tende all’infinito, e se anche in questo respiro che non ci appartiene i nostri respiri si perdono, comunque questa vita è l’unica cosa che abbiamo, e se non avessi questa vita morirei.

Ognuno ha la sua vita, e deve fatturare tutti i giorni della sua vita, ha assunto i giorni con contratto a tempo determinato (un giorno, appunto), e vorrebbe fare progetti belli, che gli portino sempre ricavi maggiori dei costi, sempre valore > 0, con valore = felicità * tempo.
Solo che poi non si trovano sempre progetti belli, con margine favorevole, e però si hanno comunque i giorni che sono stati assunti che sono un costo e bisogna farli fatturare, e allora invece che uscire sempre con le ragazze che si amano si esce anche con le ragazze che boh, giusto per non stare a casa e non andare in perdita.
Ed ecco quindi che poi ci sono quelli che bene che vada sono comunque in perdita, felicità * tempo =< 0, gli handicappati i malati i vecchi, e comunque anche loro vanno avanti e cercano di limitare i danni, perché appunto l’unica cosa che hanno è appunto questa vita, e chiudere equivale sempre al fallimento.

Non si pensi che la felicità stia soltanto nel godimento, nella soddisfazione immediata, ma la si concepisca come la capacità di vittoria, nell’accrescersi e superare l'ostacolo. Se si intendesse la felicità soltanto in termini di fruizione, se ne perderebbe il più alto messaggio, per cui nella felicità può esserci il dolore, il dolore del protendersi all'estremo.
La felicità pigra non è la felicità vera, che consiste nel tendersi, e in cui entra la stessa sofferenza. Il tempo, in quanto movimento, sviluppa un protendersi lineare.

Salvatore Natoli, La felicità

La felicità allora è, empaticamente con la tendenza all’estensione che è propria dell’Universo, la tensione a una serie di desideri progressivi che si realizzano, non troppo in fretta, ma prima o poi, non mai, margini crescenti nel tempo di felicità * tempo.
E + ci penso + mi accorgo che è così.

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