di madre in figlia

di madre in figlia

All’alba di qualche giorno fa, è mancata mia nonna materna. Era nell’aria, ma io non me l’aspetto mai, ché se non sento la parola “cancro” a me pare sempre tutto risolvibile. Di nuovo avverto che se ne è andata una parte di qualcosa, nella pancia. Non so che nome abbia ma so bene che non tornerà, come l’estate dell’ottatatré, il catalogo dei gelati Eldorado, l’innocenza e un mucchio di altre cose. Da mia nonna Teresa ho passato tutte le domeniche pomeriggio, fino ai quindici anni. Ricordo le sue tagliatelle al ragù, la fettina e la torta mantovana. Quest’ultima la rifiutavo sempre, per un fatto che alla mia famiglia fa sempre molto comodo non capire: io le torte secche non mi piacciono! Vicino alla stufa a legna teneva una presina col simbolo di un abete e la scritta “Auguri Despar”. Da piccoli, io e il mio amico Matteini, abbiamo esclamato “auguri despar!” ad ogni festività, poiché pensavamo fosse una formula di augurio ricercata, tipo latina, dannunziana o venusiana. Non so a che età incocciai in un supermercato Despar, so solo che ci rimasi malissimo. Mia nonna mi regalava sempre una calza di dolciumi, per la befana. L’ultima risale a qualche settimana fa. Non l’ho aperta, mi ero promesso di farlo quando stava meglio e ora so che quella calza resterà per sempre così. Avrebbe compiuto novantaquattro anni il prossimo 15 giugno, il giorno dopo i miei trent’anni. Novantaquattro anni sì, eppure i discorsi tipo “ormai aveva vissuto la sua vita” mi rendono sempre alieno. Due mesi fa era caduta in bagno e si era rotta il femore. Pur essendo fisicamente fragilissima e soffrendo da tanti anni di parkinson, ha dovuto essere operata. Tuttavia, nonostante il buon esito dell’intervento, una volta svegliatasi dall’anestesia non è più riuscita a bere e mangiare e ha vissuto queste ultime settimane alimentata da flebo, seppur quasi sempre lucida. In questi ultimi due mesi, ciò che più mi ha colpito è stato il pudore dei sentimenti di mia mamma, la sua figlia minore, e non ringrazierò mai abbastanza di avere in giro per casa questa mamma qui. Ho visto i suoi occhi accendersi di combattiva speranza per ogni mezzo biscotto bagnato nel latte che sua madre era riuscita a inghiottire (e mi chiedo come la vita possa umiliarci così), poi il disincanto di altri momenti, ma senza mai rassegnarsi, senza mai correre avanti con la mente, con tanta dignità, motivazione e senza chiacchiere inutili. Sentimenti semplici di una ex operaia Mimmina, mai fatti pesare a qualcuno, come fosse inammissibile per lei non cucinare per noi, fra una corsa e l’altra da mia nonna, che stava con mia zia. La verità è che io ho sempre sopportato la mia sofferenza (mi frequento da una vita), ma non reggo quella delle persone che ho più vicine, intime, che per me non hanno segreti e che conosco come le mie tasche. Mia mamma, ora, non riesco a guardarla nemmeno negli occhi. Cosa c’è negli occhi di chi ha appena sotterrato la propria madre? Non voglio saperlo. E’ come spiare la disillusione più completa, la sofferenza più cruda, spogliata, scarnificata, senza sovrastrutture, senza più nessuna speranza, senza più lotta nè scelta. Non c’è niente di zen, è solo l’orribile silenzio dopo la tempesta. E’ fissare un condannato a morte prima della scarica, sbirciare da una finestra che dà sull’aldilà, come dover avvertire una bimba della morte della propria madre, fissandola dritto negli occhi. Vorrei che mia mamma dimostrasse almeno un poco d’ipocrisia e superficialità. Ma l’ho scorsa piangere, da sola, in silenzio, mentre lavava i piatti o faceva il bucato. L’altra mattina non m’ha svegliato la telefonata di mia zia, ma un rumore debolissimo: mia mamma che tirava su col naso. Non ci posso nemmeno pensare. Questa mamma che mi fa sempre incazzare per il suo pacifismo rinunciatario, devota cattolica, che qualche volta fa finta di non vedere più in là del suo naso, che vota sempre al centro, che però guarda esclusivamente film dell’orrore e ascolta i Queen, Daniele Silvestri e i Beatles. Ma canta “Lady B” invece che “Let It Be” (ma si può?), e se la correggo il lunedì, il martedì canterà lo stesso e a me questa cosa dà una rabbia omicida. Questa donna che per un occhio distratto sarebbe solo una semplice casalinga, una delle tante, e scomparirebbe sullo sfondo del mondo. Io che la vedo da vicino da trent’anni, anche se spesso mi impegno a non guardarla sul serio, so bene che persona realmente spettacolare è. Anche se quel verso della canzone Un Angelo Blu, dice “in gabbia la terrò” e non certo “in gabbia blaterò”. Ma ci vuole tanto, Mara?!

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