caserma diaz

caserma diaz

Non so se davvero questi cazzo di anarchici greci e tedeschi siano violenti come dicono, ma di sicuro puzzano come tori.

Non ce la faccio più a stare in questo stanzone pieno di sacchi a pelo fradici di sudore di mille vacanze, decorati con mille macchie di spermi di tutto il mondo e succhi di frutta secchi e peli multietnici e caccoline di fumo uguali a quelle del naso. Brrrrr, devo farmi una doccia subito.

Il problema è che non voglio fare la doccia nello stanzone.

Sai che palle, appena mi spoglio e mi vedono questo fisico del cazzo da nuotatrice precoce divento l’attrazione della serata.

Sono stufa di battute da piscina sulle mie tette minuscole, le mie spalle larghe e il mio metro e ottantaquattro. 

Certo essermi rasata i capelli a zero non aiuta, ma è luglio e io sono di Belluno. Cazzo centra? Centra, centra.

Comunque voglio fare una doccia. Io lo so che ce n’è una piccola da qualche parte in questo casermone. Ne ho girate tante di scuole con la squadra di nuoto, c’è sempre un bagnetto nascosto da qualche parte per i bidelli o i professori.

Mi avventuro. Mi lascio alle spalle i cori baschi e i raggaloops che vengono dai computer della sala stampa e batto a tappeto tutta la scuola. 

Lo trovo al terzo piano, è una piccola porta vicino all’armadietto dei detersivi, nello stanzino dove si cambiano le donne delle pulizie, in fondo a uno stretto corridoio con armadietti di metallo, ma se non arrivi in fondo non vedi la porta.

E’ un bagno quadrato, pulitissimo, odora di disinfettante. Uno specchio, un lavandino, un pacco di carta igienica, due box di legno con porta di legno. In uno c’è il water, nell’altro la doccia. Niente asciugamani. Pazienza.

Mi tolgo la T-shirt lunga fino alle ginocchia, poi le mutande.

Sono nuda. Mi guardo allo specchio, mi piaccio. Mi piacciono le mie tettine piccole e le mie spalle larghe, mi piace la mia figa bionda e le gambe lunghe e muscolose. Se fossi un uomo mi troverei bellissima. Loro invece restano sempre un po’ basiti quando mi spoglio, poi la buttano sulla presa in giro.

Le donne no, in genere apprezzano. La fotografa inglese di ieri mi ha baciato meglio di qualsiasi maschietto abbia mai incontrato nei miei diciotto anni.

Apro l’acqua, getto pieno e potente, come piace a me. C’è una bottigliona di bagnoschiuma da supermercato, alla vaniglia.

Il casino che viene dai piani bassi si dissolve in pochi secondi, mixato al getto d’acqua calda che batte sulle piastrelle, rumore di un enorme ventilatore a pale azionato da un motore Harley-Davidson. Oh cazzo, ma questo è un cazzo di elicottero. Esco grondante dalla doccia e mi incollo alla finestra.

Sotto c’ è un sacco di polizia che entra nella scuola. Caschi, scudi e manganelli. Il rumore dell’elicottero è fortissimo, deve essere sopra al tetto.

Poi urla, urla dai piani di sotto. Casino. Casino. Presto, devo scappare. 

No, devo pensare.

Afferro la mia maglietta e schizzo fuori dal bagnetto ma appena sono nella stanzetta delle pulizie sento i passi pesanti nel corridoio, lontani. Socchiudo la porta e lo vedo. È uno solo, viene avanti piano, apprendo con il manganello le porte degli armadietti senza lucchetto. Sudato, nervoso, avrà una trentina d’anni. Ho un flash, un’idea.

Ritorno dentro, faccio una palla della mia maglietta e la butto tra i detersivi. Rientro nel bagno lasciando socchiusa la porta.

Mi siedo nuda e fradicia sulla tazza. Tremo. Calma, che posso farcela. 

Lo sento entrare nello stanzino. Inizio ad ansimare e sospirare. Lui entra nel bagno guidato dai miei gemiti. Spalanca la porticina di legno con un calcio. Sbarra gli occhi, gli si appanna la visiera.

Quello che vede è una ragazzona nuda e bagnata, che si masturba a occhi chiusi seduta sul cesso, gambe spalancate, figa biondissima e mano sinistra che si strizza le tette. Piccole.

Resta interdetto per qualche secondo, il tempo che io apra gli occhi e finga sorpresa, terrore. Mi copro gli occhi con la sinistra e tengo la destra in mezzo alle gambe.

Vedo il suo sguardo impietrito sulla mia figa. La figa bionda è rara. Lui è sudato da far paura, sento il suo odore attraverso la stoffa sintetica, acre e umido.

Realizza che non ho armi, una ragazzona sporcacciona beccata con la mano tra le cosce, impaurita. Niente pericolo. Una bella storia da raccontare in caserma.

Si toglie il casco. Non è neanche brutto, un po’ tamarro, un trentenne tutto juventus e Golf turbo. Lo guardo, fingo sollievo, poi gli dico: “Chiavami, ti prego”. Mi mette il manganello sotto la gola, ha gli occhi da matto. 

Ora mi ammazza.

La mia mano si stacca dalla figa e sale a sfiorare il manganello. Scivolo in ginocchio, chiudo gli occhi e butto la testa indietro.

Sospiro: “Adesso, ti prego, ti prego”, sono il key-frame della femmina indifesa e sottomessa. Inizia a spogliarsi freneticamente, si cala i pantaloni sugli scarponi, si leva il casco, si sbottona il giubbotto. Ha mutande nere, tipo slip, gonfie di cazzo. Glielo prendo in mano e inizio, lui si toglie i guanti e getta via il giubbotto. Lo succhio un po’ sulla punta, sa di selvatico, oggi è il giorno delle puzze.

Alzo gli occhi, ha la maglia avvolta attorno alla testa, cerca nervosamente di sfilarla, ansima qualcosa tipo: “Ora ti spacco, puttana”.

Gli do una spinta neanche tanto forte, ha le gambe impacciate dai pantaloni e le braccia avviluppate nella maglia. Cade all’indietro quasi senza piegarsi. Batte la testa sul bordo del lavandino e fa il bis sul pavimento bagnato con due colpi che rimbombano come cannonate.

E’ immobile. Gli prendo la bomboletta di gas irritante e la tengo pronta. Poi lo spoglio tutto.

Dopo cinque minuti mi alzo in piedi e mi guardo allo specchio di nuovo. Mi piaccio, il mio corpaccione riempie bene la divisa, gli scarponi sono un numero più grandi ma li ho allacciati stretti e ho messo carta igienica in punta. Mi son messa il fazzoletto blu in faccia e il casco. Un bel maschione guerriero. Mi scoperei proprio.

Guardo il poliziotto a terra. Ha un bernoccolo, ma respira regolare. L’uccello è piccolissimo, ora. Prendo le mie mutande dall’armadietto dei detersivi e gliele infilo. Lo sollevo e lo metto seduto sul water, appoggiato al muro. Rido pensando a quando lo troveranno i colleghi, seduto sul cesso con un paio di tanga rosa a disegni di fragoline bianche e la mano sul cazzo.

Basta, è ora di andare. Infilo il corridoio, cerco un passo pesante e furioso, imbocco le scale che scendono verso i piani di sotto, verso i rumori infernali.

Entro in una stanza vuota. Stanza, poi. E’ una dannata aula, e mi ricordo che la abbiamo pulita ieri. Lasciare tutto in ordine, nemmeno una briciolina sul pavimento devono trovare i bravi bambini che torneranno qui in settembre. Ci hanno fatto una testa così: dimostriamoci un movimento pacifico, civile, rispettoso della cosa pubblica. Per rispetto della cosa pubblica mi son messa i guanti di gomma e ho lustrato i cessi una volta al giorno insieme a un gruppo di tedeschi igienisti che non usano i detersivi perchè inquinano e ci danno solo con le mani, l’acqua e gli spazzoloni, e ieri ci è toccato lo straordinario qui, dove qualcuno aveva fatto un festino con formaggio, arance e biscotti.

Sia come sia, l’aula è vuota. Oh cazzo voglio qualcuno che mi veda bella così come sono con la mia divisa. Tutta la vita che sogno una divisa. Da piccola imploravo un vestito da soldato, un vestito da marinaio, anche solo un capello da cow boy e mi sarei leccata le dita o le avrei leccate al generoso offerente. Tutto quello che ho ottenuto dopo una supplica di anni è stata una tuta blu da benzinaio, con camicia giallo limone abbinata. Mia madre non voleva che me la mettessi per uscire. Io me la mettevo. Botte. Me la mettevo di nuovo. Di nuovo botte. Divisa/botte è per la sottoscritta un binomio indissolubile.

Adoro il rumore che fanno gli anfibi sulle mattonelle di questo pavimento. Passo le dita su e giù lungo il mio manganello, mi sento nervosa.

Stanza successiva, niente. Nessuno che si butta ai miei piedi chiedendo pietà, che gli risparmi la vita. E poi dal fondo del corridoio sento arrivare un frastuono promettente. Spalanco la porta dell’aula professori e vedo il bastardo. Vestito di nero, incappucciato, e sta spaccando tutto. Fermo lì, urlo, polizia. Sarà poi della polizia o sarà un carabiniere dei corpi speciali? Una testa di cuoio? Un marine? POLIZIA! Grido di nuovo se non avesse capito, il coglione, che qui sono arrivati l’ordine e la giustizia e che niente resterà impunito, eccetera.

Testa di cazzo, dice lui, sono io. Io chi? Non ho intenzione di guardare in faccia nessuno. Mi avesse riconosciuta per quella che sono, una antiglobal porcella vestita da guardia?

Dammi una mano invece di stare lì a guardare, dice ricominciando a fracassare l’armadio dei registri con una spranga. Faccio un passo avanti - dio che anfibi, é come se ci fossi nata dentro, nemmeno gli stivali mi fanno sentire così bene - e urlo smettila o ti ammazzo. Ah ma allora sei proprio un cazzone, risponde quello, furibondo, e chiede: non vedi che sto lavorando? Mentre si accuccia per tirare fuori una bomboletta di vernice spray e imbrattare i muri gli tiro un calcio in uno stinco, tanto per provare. La punta dell’anfibio non fa un piega anche se non si può dire che questa sia la mia misura. Lui invece si gira come una vipera, le mani sullo stinco, la bocca contratta, e strepita che cazzo fai, sei fuori di testa, ci sarai stato anche tu al brief no? Ti faccio rapporto e via così.

Non lo ascolto quasi. Da sotto sento urla, rumore di vetri infranti, implorazioni di aiuto. Passo rapidamente una mano sulla pistola e penso che potrei ammazzare questo imbecille e poi scendere e seccarli tutti uno dopo l’altro, i bastardi.

Poliziotto impazzito spara sui suoi colleghi. Non sarebbe la prima volta. Poliziotto abbraccia la causa dei manifestanti e apre il fuoco contro i suoi commilitoni. Caso classico, è successo anche durante la rivoluzione d’ottobre senza contare Braveheart. Si mi piace. Si, lo faccio. Lo farei, se il coglionazzo qui non si fosse tirato in piedi e sempre bestemmiando contro di me non avesse cominciato a scrivere anarchy sul muro bianco appena rifatto. Questo non lo sopporto.

Impugno il manganello e gli sono dietro. Più alta di lui, noto. Non che ci voglia molto. Gli piazzo la punta del manganello contro la vertebra centrale e non fa in tempo a dire ehi che gli ho passato il braccio sotto la gola, presa alla Tura Satana in Faster Pussycat, film che non ho mai visto essendo troppo giovane ma ce l’ho scritto nel codice genetico.

Stringo. Benedico gli anni di nuoto che mi hanno fornito di bicipite adeguato. Mentre con soddisfazione mai provata sento che la testa di cazzo comincia a boccheggiare e a afflosciarsi, lancio un’occhiata dalla finestra e vedo un tipo

tutto rasato e molto abbronzato che dalla scuola di fronte sta riprendendo tutta la scena. Ah, finalmente qualcuno che apprezza il mio valore, ora gli faccio un bello spettacolino, roba da riguardare a casa con calma, oh si. Stringo più forte e premo da matti con il manganello sull’osso sacro dello stronzo fottuto bastardo che si finge manifestante anarchico e invece è poliziotto travestito anche malamente perchè nessuno di noi certo metterebbe dei jeans così ben stirati e rigidi, hanno perfino la piega, questi glieli ha lavati la mamma prima che venisse qui a rompere tutto e ... occhiata alle finestra.

Il tipo filma. Film, filma, che mi piace.

Lascio andare la vittima appena un pochino, giusto perchè non muoia e continui a dibattersi. Mi piace che si dibatta. Gli infilo il manganello fra le gambe e glielo strofino forte sotto il cavallo dei pantaloni. Capito la minaccia, bambino? 

Ha capito ed è terrorizzato. “Non pisciarti sotto”, gli dico.

“Questo si piscia sotto” grido al regista, tanto perchè sappia che sto collaborando di gusto.

Giro il bastardo e gli strappo il passamontagna. Lo acchiappo per la coda di cavallo - ma ce li avessi io porca puttana questi capelli, e invece non mi stanno in nessun modo - e lo scrollo un po’. Gli passo il manganello sulla bocca chiusa.

Apri la bocca, dico. Lecca, dico. Lecca. Bravo. Gli piazzo l’attrezzo sul cucuzzolo e spingo. Abbassa la faccia sui miei anfibi - certo il tipo su del gabinetto li teneva male, fossero miei, anzi adesso che sono miei, li terrò sempre lucidissimi. Lucida, gli dico. Ora rido un sacco. Mentre sta ancora lucidando, gli mollo una manganellata in testa e me ne scappo giù per le scale. Trovo urla, grida, sangue e teste rotte, tutto quello che poi si vedrà in televisione ma io lo vedo per prima e davvero fa male e paura. Cerco la fotografa inglese dita di fata lingua al fulmicotone, che non me la lascio portar via da nessuno, che me la tengo per tutta la vita, che me la porto a casa, che anzi vado io a casa sua perchè Londra mi hanno detto che è bella. 

La trovo in un angolo, con gli occhi sbarrati, che aspetta il suo turno, aspetta che la macellino come gli altri. Quando mi avvicino lancia un urlo e si copre la faccia con le mani. Guardo il mio manganello pieno di sangue, guardo lei. Mi accuccio e sbottono sveltissima la giacca sul davanti, le mostro le tette. “Mi riconosci?” chiedo. “Piccole ma toste. Sono io, ti porto via”.

La porto via come una bambola, quando arriviamo sul retro mi tolgo le insegne militari, bacio il manganello e sto per abbandonarlo ma lei rinviene un attimo e sussurra no, quello portiamocelo via, decisamente la amo, non osavo proporlo.

 

Siamo a letto nude, soddisfatte e mai soddisfatte da ormai due giorni. Lei ha soldi e ce ne siamo venute in un albergo in Riviera per dimenticare. Accendiamo la tv ogni tanto così abbiamo l’impressione di non esser proprio tagliate fuori.

Mentre guardiamo la tv le tengo due dita nella figa per poter ricominciare in qualunque momento. Ricomincio. “Want to see the news” dice lei. Tutto quello che vuoi baby, ti faccio vedere le news. Dicono quelli delle news che Genova è stato un casino, la polizia è sputtanata, le violenze sono state smascherate da un video amatoriale girato la notte dell’assalto alla scuola Diaz. Cazzo le dico proprio dove eravamo noi. Vedi da che cosa ti ho salvato? Immagini sullo schermo, voce agitata dello speaker. Si vede un poliziotto grosso e cattivo che quasi strangola un manifestante, lo fa inginocchiare e lo costringe darsi da fare con il manganello. “God” grida lei. Lo speaker dice che il poliziotto è irreperibile, che tutta la polizia è sotto accusa. “God” grida adesso di nuovo lei, ma questa volta tutta contenta. God un cazzo di niente, cretina, dico fierissima.

Non vedi che quella in divisa sono io. La guardia era lui, ma era vestito come uno di noi. Stava in sala professori a far danni e poi dare la colpa al movimento. L’avevo pulita io il giorno prima quella stanza, e lui era lì dentro a far scritte con la bomboletta. L’ho conciato a dovere. 

Vorrei raccontarle l’impresa eroica in tutti i dettagli tanto per far lavorare la lingua in un modo diverso, ma intanto le fighe insaziabili non stanno mai a sentire. Questa ha tirato su la testa ma si tiene immobile dalla vita in giù per non compromettere il mio capolavoro underground. Guarda me, guarda il manganello. 

Guarda il manganello, guarda me. 

Serissima, è serissima. 

Oh.

Tiro via le dita, le asciugo sul suo pelo, recupero il manganello. 

Dico: corro, mio vero amore, corro a lavarlo.

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