body positivity

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Basterà, mi chiedo, far scrivere (o ricamare, non so, non ero stato invitato) “My Body, My Choice” sul retro di una giacca o istoriare di un utero fiorito un virginale abito bianco per denunciare una presa di posizione pro-aborto da parte di Alessandro Michele per Gucci? Basterà la stampa "Sisterhood is Global" (dal nome di un’antologia femminista curata da Robin Morgan) perché Dior attesti le sue posizioni radicali sull’affrancamento delle donne - di ogni donna – da un mondo segnato e disegnato dallo strapotere maschile? La “body positivity” di Lizzo, cantante da milioni di copie che espone il suo corpo immenso e spumoso perché ognuna impari ad accettarsi com’è – trigliceridi compresi, suppongo; il raffinato orgoglio queer di Ezra Miller che si presenta in gonna per mandare messaggi di acquisita libertà d’espressione del sé; la transessualità trionfante di Indya Moore, una delle protagoniste della serie Pose su Netflix e ora ninfa egeria di Louis Vuitton, che intende riscattare chi, come lei/lui non ha voglia di essere incasellata in una categoria binaria maschio/femmina; la pelle vitiliginosa di Winnie Harlow, top model strapagata; il dente mancante della cantante Zumi; il mutismo e la sordità di Nyle di Marco, che si dichiara anche serenamente bisessuale, anzi sessualmente fluido. Basteranno, mi domando, a insinuare nella gente il tarlo del dubbio, dell’opportunità di accogliere con curiosità gioiosa l’altro, dell’occasione di conoscere la differenza di chi non è come noi, ma vive in altre immagini e arreda altri immaginari? Non so.


Sembra che mai come adesso il mondo della moda, del cinema, delle piattaforme tv esalti un’estetica del diverso che vent’anni fa sarebbe stata impensabile. E non solo nella conventicola dei radical chic di qualsivoglia colore politico, ma anche sui canali nazionali televisivi, nelle pubblicità ad altissima diffusione. C’è qualcosa, però, che non torna: in questo tripudio dell’inclusione, del “rimani come sei”, del “sii fiero/a di te”, gli alfieri, i portabandiera, le guide sono inevitabilmente, inesorabilmente belli.
A modo loro, certo, ma in una modalità dell’apparire che è smussata da ogni sgradevolezza reale, da ogni disagio urgente. Sono giovani, giovanissimi: essere giovani, oggi, in un Occidente dove non si fanno più figli, è la merce più rara che vi sia in commercio e oltre il commercio. E se nelle sfilate, nei programmi tv appare qualche anziano o un povero vero è una comparsa, è un lampo, è un incidente messo lì - per un momento, uno solo - giusto per dimostrare che si sta facendo sul serio. Che si è autentici. Quella dell’autenticità, secondo me, è uno dei falsi miti più grossolani in cui sta incappando la nostra società, ormai incapace di discernere (vedi il caso Pamela Prati, dove c'è tutto per il Grande Romanzo di Oggi: la bellezza sfiorita, l'inganno, la malafede, la mancanza di responsabilità, il complottiamo, il ritenere possibile l’impossibile purché a nostro vantaggio, infine la nostra credulità, il nostro vedere per metonimie: ci basta un cappellino per credere all'esistenza di una persona), quando si viene usati per diventare pubblico che paga una merce comunicata attraverso meccanismi sempre più sofisticati. Glamourizzando quelli che un tempo erano considerati difetti si corre il rischio di dare combustibile a quel “feticismo per l’innovazione” di cui parla il filosofo Fabio Merlini nel suo libero “L’estetica triste”. Perché “triste”? Perché, come scrive lui, significa esaltare il tele-tecno-capitalismo, dove «moda, design e ludicità intrecciati insieme lo riproducono, lo alimentano, legittimandolo attraverso le nostre stesse pratiche, a loro volta estetizzate». Forse mi rendo conto di essere troppo negativo, ma se basta a riempire un’intera pagina di giornale la notizia che un noto brand di moda ha deciso di mettere nelle boutique abiti fino alla 54 – guai a voi se le chiamate “taglie forti!” – forse vuol dire che, se abbiamo nuovi personaggi la cui presenza è giustificata dalla loro diversity, è solo per farci sentire attualizzati e cool. Immersi nella contemporaneità, dove però possiamo incidere con una partecipazione attiva solo nel ruolo – quello sì, vetusto e impegnativo – di consumatori. Che nei fatti elimina dal nostro cervello e dal nostro pensiero l’orizzonte di un’ulteriorità concreta. È l’ipocrisia del sentirsi moderni. Senza esserlo per niente. Però pretendendo il nuovo.

Antonio Mancinelli