A Malpensa girano fantasmi di dopobarba che sa di pioggia e di ventiquattrore

 A Malpensa girano fantasmi di dopobarba che sa di pioggia e di ventiquattrore

Il prologo di Dimenticheremo tutto, la sceneggiatura del film che Paolo Sorrentino avrebbe voluto girare al posto di The Last Pope, ora diventata un libro Visiogeist.

 

A Malpensa girano fantasmi di dopobarba che sa di pioggia e di ventiquattrore. Inizi di strofe che non avranno mai un inciso. Così Malpensa rappresenta l’idea che del futuro avevo nell’83. Un futuro che hanno dovuto costruire a un’ora di macchina da Milano, mettendo 2000 nel nome, perché altrimenti non si capiva che era il futuro. Che infatti non è mai arrivato, offeso dalle monetine in faccia a Craxi e dall’insistenza della mediocrità nel resistere al banale.

Ordino il secondo Ramazzotti. Il barista versa e mi fissa.
Passa in rassegna la mia testa stempiata, i segni del tempo ai lati del naso, le occhiaie da maniaco sessuale, o da adulto che ha pianto. Ha scarsa fantasia; le archivia alla voce stanchezza.
Sono ancora un bell’uomo, lo sono sempre stato. Anche quando avevo 13 anni, avevo già la faccia da uomo. Questo spiega il mio insuccesso di ragazzino.
Il barista sembra stupido con il suo papillon fuori luogo e i denti gialli mentre sorride. Versa tutto nel bicchiere senza sbagliare e quando ha finito mi dice “Prego, dotto’!”.
Milano è piena di gente del sud. O forse mi ha riconosciuto. Gli sorrido, in un trionfo di zampe di gallina, strizzando i miei occhi, verdi e gialli.
Uno vero, l’altro di vetro.

Ho sempre trovato l’aeroporto di Malpensa un luogo molto evocativo. Mi piacerebbe, un giorno, scrivere o girare una scena ambientata qua dentro. Non è una cattiva idea. Forse, prima o poi, lo farò.
Il McMenu grande con Coca senza ghiaccio che ho affrontato prima impegna seriamente tutti i miei succhi gastrici. Il Ramazzotti li aiuta. Lo termino religiosamente, appoggio il bicchiere sul bancone umido e colloso. Faccio un cenno al barista che ricambia cerimonioso.

Afferro il trolley e sento il suo rumore mentre mi cammina dietro appeso al braccio.
Marc Augé ha scritto che la gente non vive autenticamente in questi posti enormi e identici. Che sono posti anonimi, non-luoghi. Aeroporti, grandi magazzini, autogrill sono invece iper-luoghi. Posti dove tutto è molto più di quello che sarebbe da solo. La moltiplicazione dell’identico, la sua riproduzione, è molto più affascinante della difesa di qualche presunta specialità.

Tie Rack, per esempio, un rivenditore di cravatte che trovo di dubbio gusto, non sarebbe così attraente se non fosse qui, a Malpensa 2000, e in centinaia di altri stupidi aeroporti nel mondo. Perché vende cappi colorati, è vero, ma in omaggio ti suggerisce l’esistenza di un mondo, un cosmo abitato di persone, in cui comprare una cravatta prima di un viaggio diventa un’urgenza insopprimibile, un appuntamento col destino. Un mondo, questo, di cui evidentemente non ho la fortuna di far parte.

In un impeto situazionista acquisto una cravatta viola e me la faccio impacchettare in quelle confezioni strette di cartone fustellato.

Qui, a Malpensa 2000, anche se è una struttura concepita per rappresentare una comoda visualizzazione del futuro, ci sono alcune vecchie cassette di sicurezza. Io ne apro una e ci metto dentro un grosso faldone che avevo nel trolley. Chiudo. Strappo la chiave dalla toppa. Mi sfilo la catenina del battesimo - un filo sottile di oro bianco - la faccio passare attraverso l’asola della chiave e me la rimetto al collo.

É fatta.

Nella tasca interna della giacca ho un pacchetto di sigarette finito. Ho due stecche via. Non resto senza sigarette dal famoso autunno del ‘98.

Butto il pacchetto in un cestino non troppo vicino alle cassette.

Dentro il pacchetto, che ora è nel cestino, c’è la batteria del mio cellulare.
Passo senza scompormi attraverso il controllo bagagli - la più grande e inascoltata violazione dei diritti umani di tutti i tempi - e arrivo all’imbarco. Per ultimo.

Sull’aereo, appena riposto in ordine il sacchettino rigido con la cravatta - che dimenticherò di proposito qui - e una volta posata la valigia nella cappelliera, mi siedo e allaccio la cintura molto stretta. Una hostess mi chiede se desidero un quotidiano.

Mi metto gli occhiali da sole. Perché temo che questa hostess con le caviglie grosse e il ciccione accanto a me mi abbiano riconosciuto. Porto sempre occhiali da sole e per questo ho sempre solo camicie col taschino. Ho solo occhiali da sole brutti, che mi mettono l’imbarazzo degli occhiali da sole. Quello di avere degli occhi delicati da nascondere, di custodire una gelosia stupida e ingenua.

“No, grazie.” rispondo all’hostess.

“Chissà le troie!” mi fa questa versione obesa e brianzola di Tomas Milian che mi siede accanto. Si lancia senza motivo in questa volgarità, probabilmente convinto di stare aprendo una breccia nel senso di pubblicità imposto dalla presenza d’altri. Io, sinceramente, per l’imbarazzo che mi ha procurato, a questo pastiche immondo di cliché di personaggi da b-movie dei ‘70, lo invidio. Il viaggio sarà troppo lungo, come qualsiasi amicizia.

“Ma dove?”
“Mi sono già organizzato un tour imperiale. Come scendo comincio a pippare e trapanare.”
Gli stringo la mano e dico il mio nome.
“Piacere, Pompeo.”

Mi metto comodo, per modo di dire, chiudo gli occhi e mi si apre la bocca. Forse mi sto già addormentando. Istupidito dall’apnea notturna, e nonostante tutto quello che mi sta capitando intorno,certifico che il mio unico rammarico è quello di non possedere una camicia rosa: con la cravatta viola farebbe un bel pendant.

È il mio ultimo pensiero, prima di addormentarmi.
Al risveglio l’avrò scordato, lasciandolo forse nella cappelliera a stropicciarsi insieme al cartone fustellato e al desiderio abortito di abitare un mondo diverso e, come tutto quello che si immagina differente, di certo migliore. 

 

 Dimenticheremo tutto lo trovate qui 

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